Al direttore del carcere fu consegnata, in una busta mai affrancata, una lettera che ingiungeva l’immediata evasione del termine in attesa di giudizio. Per lo meno l’oggetto annerito riportava il suddetto, il corpo del testo viceversa era scritto in caratteri che non si avvicinavano, minimamente, ad un alfabeto conosciuto, e dire che il direttore aveva studiato alle scuole alte e non gli sfuggivano né approssimava i ghirigori o gli sgorbi. Certo che nessuno dei collaboratori né delle guardie fosse in grado di riconoscere le linee inarcate delle parole, gli sovvenne l’insegnamento appreso ad un seminario dai titoli traducibili, dimidiare l’impaginazione in analogia al protocollo. Il direttore del carcere prese una pagina non ancora imbiancata e appuntò, di propria mano, l’ordine di trasferimento del termine in attesa di giudizio, ad una struttura di massima certezza, una struttura che garantisse non tanto la decifrazione, la decodificazione, quanto la prescrizione del giudizio.

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