Sara è deceduta, scorporata dalla migliore vita, di fatto l’accidentale ha interrotto la flussione dell’emobiotico, la ridondanza da cui per sincope la disgiunzione accade come in contrapposizione, l’embiotico. Sara è un soprannome incorporato nel detto di Adamo, il corpo del dire non predice la nascita di un’assecondata, di una collaterale o di una marginale, non esuma la sovvenzione che avviene come una storia sfinita, dall’atro fine, si sbraccia e scalcia per respingere i sostenuti, dimena il capo per scansare il contenuto. Elena accorpa il soprannome alla genitrice, dà lustro, vaglia la sinonimia di madre, l’assonanza di mamma, per antonimia generativa tiene per mano Sara e abbraccia Adamo, con un conferimento: non saremo mai una famiglia. La comunione corrisponde nell’immanenza: certo che no, la casa famiglia è per chi obietta la coscienza, per chi è associato all’assistenza e per i volontari che ripassano la tesi e non passano il vaglio. Nella lingua che ho parlato perlopiù, l’espressione è: nun esiste proprie.

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