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Inorganico circonvoluto

Un cervello drogato. Un cervello assuefatto alla disfatta organica. Un cervello astinente da tutte le crisi d’identità. Nel seminterrato privato, adibito a laboratorio narcotico e officina eccitante, continua l’opera districante il filo attorcigliato da un maldestro manoscritto. In una prospettiva sinistra, mescola in una sacrilega commistione, lo stupefacente con lo spleen, un alcaloide con la chimica omeopatica. L’oblio e l’illusione di svelare ciò che si manifesta all’ombra del mondo, l’evidenza che offusca le capacità intellettive con l’astensione da una ricerca spregiudicata e la percezione onirica impropria ad un narcotico condannano la droga alla tossicità da overdose di chiacchiere, il discorso adombrato. Il sopore di parole pronunciate da chi non ha mai sperimentato l’ebbrezza del paradiso artificiale o dei fuochi d’artificio di un inferno oltremisura, un inferno panteista domiciliato nel pandemonio scaduto per la profondità di un dissestante astrolabio. Un orizzonte astruso superficiale e non più alto nei dieci cieli livellati, un coito tra l’azzurro del cielo e le verdi acque salmastre con un orgasmo che spalanca i gorghi di un maelstrom sfociante nel sottosuolo, un sospiro lussurioso, un rumore infernale. Un cervello produce e assume lo stupefacente, dedica a un poi onirico: l’oppio. Se un cervello è blasfemo come può esprimere il credo di un avello onirico? L’anatema di una radura incantata in cui piantare il seme di un incubo che sconvolgerà tutti gli auguri di un sogno d’oro. L’età dell’oro sognante è l’illusione di insonnie che rispecchino le esperienze diurne cambiandone gli strali con una venatura di desiderio realizzato che immagina la felicità come la schiuma di un’onda che non si rifrange sugli scogli e che a metà del suo cammino si riunifica alla corrente in prossimità della spiaggia. Un’ardente bisogno di spensieratezza che non riesce in prossimità di ostacoli cui far corrispondere l’esaudirsi di una preghiera, il riconoscimento di una letizia prima della meta in modo che un attimo prima della conclusione si possa manifestare la pienezza di una soddisfazione, tutto è andato così come l’abbiamo immaginato, l’abbiamo atteso, il desio si riunisce al progetto della cupidigia che l’ha creato. Cosa rende la droga il ristoro del piacere? L’essere la residenza latitante, nomade dopo la fuga da un mondo ritenuto immondo e spaventante gli auspici di libertà che contraddistinguono l’ombra di un essere organico? No. La droga è il prodotto di un cervello inorganico, la riproduzione di un organo circostanziale. Dappoi un cervello è sregolato sia essa la tenebra ricorrente di ciò che non si vuol scorgere. Se l’immagine di un cervello sotto vuoto come immagine conservata in un alambicco dell’anima è nauseante, non si può vezzeggiare il motto di un veleno che decompone il corpo in un’autopsia per risalire alle cause di morte. Un cervello in sé e per sé, a sé dinamico è il senso vietato di questo sinistro manoscritto, o perlomeno della prima particolarità di un linguaggio in cui non si sovrappone nulla e si espongono gli esperimenti di un cervello il cui rovello è non poter ascoltare l’inaudibile … quanto più il circonvoluto presenta il numero tanto più l’acroparestesia accompagnerà il plauso del circonvolubile.

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