Bucefalo

Soprassedere a cavalcioni della macchinazione, mordere l’intrallazzo e tergiversare il maneggio. Il cavallo del saggio muove l’iniziale, la l, zoccolo ferrato sulla falsariga del piè di mosca, sull’antifrasi al galoppo, non colorita.

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L’epopto

Ottemperante l’iniziativa, il mistagogo esegue il provvedimento della morte, da cui i secondati riscuotono, con la sterzata logica deontica, il capotorto. Il nostro assecondato dalla ritorsione della ricusazione, l’insegnamento della causa inadatta all’atto di accusa e alla scusa di fatto, evade il capoverso, la logica di verbigrazia. In effetti l’e. g. è scongiurato.

Disappunti (no, perbacco)

A: Hai ragionato sugli effetti della sostanza?

C: No. Ero impegnato ad assumerla e nel frammezzo l’effettivo disimpegnava il benessere.

A: Intuisco che tu abbia riflettuto l’essere e la sostanza.

C: Tutt’altro. Non saresti stupito se ti dicessi che la modalità di assunzione determina l’essere e la sostanza, ma in fin dei riscontri non te lo dico. Affermo che l’inalazione è tanto uno stato quanto l’iniezione, l’aspirazione è sostanziale per quanto sia comoda. La modalità della sostanza stupisce l’essere così come esso oblia o sospende, dipende dall’indimenticabile o dall’effimero, in sostanza.

A: Dunque in modalità sostanziale ti astieni dall’essere e in modalità stato dipendi dalla sostanza.

C. Non fai altro che confermare la comodità della circostanza.

A: Il che significa.

C. Lo stupefacente, l’attributo inerente alla sostanza e a tutti gli effetti verbalizzato dall’essere, l’essere stupefatto.

A: Potresti avere ragione.

C. Non me lo auguro, sarei tenuto all’overdose.

Gli anelli di una forma

Mi ritrovo davanti un’immagine. Questo volto non mi è nuovo. Sembro io al risveglio, io stamani, come è possibile? Che sia ancora il termine della colazione e che sia insaponato per la rasatura? Non credo proprio. Se la mia mente non è sciapita e contiene ancora un po’ di sale a condimento di una zucca come emblema della festa del morto commerciale, invero il commercio a riguardo della putrefazione, della decomposizione e del disperato riposo, sono uno sbarbatello. A suffragio della mia fede ordino un’elevazione, la mia estremità, le falangi risalgono il corso del corpo e con un contatto tutt’altro che lieve non trovano ostacoli repulsivi. L’epidermide del volto è coinvolta in una levigatezza da marmo ben conservato e emana tutto il profumo di una pelle ben trattata … il mio volto è pulito, sbarbato di recente, come conviene ad un uso del quotidiano consono alla nostra esistenza ordinaria. Ad ogni modo l’immagine percepita non è la mia. Mi sono specchiato in una lastra frangibile a protezione dell’inserviente, l’impiegato agli affari pubblici. Concentro la mia vista. Restringo o allargo le pupille per riconoscere chi mi è davanti. Estendo la mia percezione e un insieme di combinazioni alfabetiche mi rivela di essere in presenza dell’ufficio oggetti smarriti. Cosa avrò mai disperso? I neuroni ospitati tra le circonvoluzioni della mia mente non sono mai stati censiti, ergo mai potrei muovermi tra un metro di misura e l’incommensurabile, le sinapsi sono una materia isolante. Qualcosa a me esterno? Soffro di amnesia e mai potrò ricordare ciò che mi ha accompagnato nel passato e potrà scortarmi nel futuro. Sento dei rimbrotti, mi volto e constato che la coda dell’essere adeguato che io ho formato è divenuta esageratamente lunga. Un credo mi assale, mi ricredo e dovrò sbrigarmi. Dopo aver tastato il mio corpo per sincerarmi se tutto sia in ordine e così pare se mi sovviene, mi appresto a formulare la mia richiesta. Una tasca del vestiario è stracarica di carte riciclate, scorgo un’intestazione modulistica e una dicitura da inchiostro invisibile. Cosa potrò mai richiedere? L’addetto mi incita con una citazione latina alla premura. Si vuol sbrigare? E come sbrigo la mia faccenda se non risolvo il dilemma della mia presenza? Faccio appello al mio sangue freddo e con la preminenza di una pantomima o arte della fugacità coinvolgo la mia trasparenza. Un barlume di dismnesia accalora le mie guance, il tutto ha avuto inizio da un gioco di riflessi e meditandoci su, solo con un cotale simil gioco posso uscire dall’imbarazzo. Solo una teoria ben strutturata può destrutturare la coda di pavone ad ornamento di questi spogli uffici amministrativi. Ordino alle mie dita, segno digitale di un’identità registrata, ai terminali dei polpastrelli macchiati di richiudersi a pugno. Le nocche delle mia mano urtano la materia del riflesso, come a dire l’enoisselfir della riflessione e frantumano il vetro opaco, una volta ben risplendente. I frammenti cospargono le epidermidi dei corpi in entrambi i versi della barricata a protezione dell’intimità e come due esseri nudi possiamo, l’impiegato ed io, interloquire e strappare il velo di Maya. Maya, l’infrangibile, è l’utente che immediatamente segue il mio turno, in silenzio mi ha rivolto la parola e sbraitando un pensiero irrequieto ha richiamato la mia solerzia ad una certa velocità movimentata. Dopo aver compenetrato il mio gesto di ribellione con una bocca spalancata come richiesta di un’aria supplementare perché rimasta senza fiato con il rischio di asfissia, ha applaudito la mia decisione come emergere di una volontà stufa delle quiete rappresentazioni esenti dall’inerzia e dalla spinta movimentata. Ha gridato la gioia di un’indolenza sconfitta e con un compenetrare dissonante ha deflorato anche la propria apatia. Su. Su. E’ ora. Orsù. Su. La trascendenza della vita è in atto. La teoria trascendente ha abbattuto l’immane sconclusionatezza della coda inconcludente un bel niente. Niente è come una coda che sembra ornare la bellezza di un in più che la rappresenti come estetica. Ciò nonostante tento di articolare un suono riconoscibile all’apparato certo della propria presenza. Le labbra cercano un contatto, l’incorporeo le ha rese tumide, desiderano tanto un diverbio. Maya è desnuda, l’improvvida sua lingua è tutta occupata nell’ottenebrare un’epidermide fragile e irta di follicoli. E’ una donna sublime, timida e orgogliosa del proprio mondo da non permettere che i brividi di un’emozione celino la disconosciuta immanenza di un corpo sepolto nel surreale e talmente straordinario da essere irreale. Sono pregno di una gioia manifesta, una letizia che può solo trasparire nell’atto di un incontro meraviglioso. Mi riprometto di tessere l’eterno ritorno dello stupore. Rivoltolato, posso solo rivolgere il mio linguaggio a chi mi è di fronte. Affronto il motivo della mia presenza. Le labbra affermanti un incorporeo dileggio intonano un canto. Il ritornello della mia venuta. Un incanto impopolare. Più e meno suona così: credo di aver smarrito le credenze. Come? Come? Sono spaesato, disorientato. Ho smarrito il senno, mai poi mai. Sennò starei sbraitando, e non intonando un’armonia accanto all’assenza, tecnicamente afona, per una fila sconclusionata senza parvenza di teoria. Mi rivolgo all’addetto. Che diavolo avrò detto? Sarò stato contraddetto? Il mio udito è ineffabile. Comprendo il mozzafiato e tiro una boccata di sollievo, avrei bisogno di un contatto botanico, un po’ di tabacco. Come adire a bacco, venere e tabacco! Tra aspirazioni e ispirazioni pronunzio: ascolti, ha ritrovato qualcosa di impersonale? Il suddetto incaricato, è evidente dalle spalle curve che reca il peso specifico di pubbliche formalità non reclamate, commenta con un emendamento i miei atti. Ma lei mica è un divulgatore dell’eccezionale, un indisciplinato recante il subbuglio non ufficiale, uno sregolato dall’uniforme dilaniata? Il suo comportamento è inqualificabile! In tutto questo frangente l’annuncio del servo del principio di non contraddizione è stato emesso senza colpo respiro, tutto di un fiato, con un volto rubicondo coinvolto in un pallore indignato, con i muscoli tesi in un parossismo da apnea senza salvagente, insomma quasi a cronometrare la libertà di una conserva d’aria in assenza di tempo. L’ho riconosciuta subito nella sua saccenteria, lei e la propria esperienza assente … finalmente è qui, in loco e posso liberarmi del suo oggetto malcelato. Grazie! Le mie labbra in accordo con le corde vocali sono mute e rinserrante nel silenzio. Si rifiutano di promulgare un prego. In passato ho espresso una preghiera, una forma di intercessione, una nenia al soggetto credente e una litania del soggetto convinto. Ne ho richiesto ammenda. Me ne sono doluto, in una parola inope, indolenza. Non ho ricevuto l’assoluzione, solo una resipiscenza contraffatta, non originaria. Con chiaro imbarazzo l’addetto mi porge un sigillo, un pacchetto con tanto di certificato di garanzia, ermeticamente invisibile. Che diamine sarà mai questo riserbo? Il significato dell’apocalisse? Lo prendo con premura. Lo raccolgo con una cura comprensiva e lo faccio mio. Un sospiro di sollievo mi confonde, la dabbenaggine della rivelazione. La teoria è applicata. Gli ipotetici fenomeni dall’alto piumaggio, i precettori pavoneggianti una spiegazione delle prove ontologiche possono sperare nel proprio turno. Rivedono e preconizzano l’astrazione della meta. Il concistoro dell’essenza, invero l’apposizione della propria identità sul modulo dei dispersi ritrovati davanti all’addetto. Un giubilo è diffuso. Non nego che anche io sia contagiato dall’atmosfera di festa, solo che il mio augurio è per un’assenza rinvenuta.