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Il sesso dei filosofi – La corolla dell’antologia

Il vivere umano caratterizzato da un percorso storico, marchio infamante di un concorso di avantieri e avandomani e/o posdomani, gorgo di un tempo imprigionante la moltitudine di voci abilmente richiamanti con innovative sensazioni, non senza la premura delle azioni, le orecchie alle soglie del mutismo, e la mutua solidarietà sensibile commuta la lingua congestionata alle soglie della sordità; condannato alle rievocazioni di ieri e ai progetti per l’indomani, (la vocazione del presente pressoché reietta, gettata come la caduta della fera luce che ravviva il dì ferale), si ritrova, in un periodo non determinato quasi impalpabile della propria vita – quasi l’ombra di un’oscillazione, il riflesso di una variazione devitalizzata, le vibrazioni di un’orma a norma, una torma di impronte senza traccia – sul pianerottolo di casa, dal lato esterno della soglia d’entrata, invero oltre la propria porta l’interno riformato, l’intrinseco espulso, l’interiore capovolto, rovesciato in una pozza di esteriorità a precipizio sull’in fondo le modalità opposte esprimono il rapporto di collaborazione immediata, privo del riporto posticipato, dell’apporto anticipato e del rimando al trasporto trascendentale; ossia oltre la propria porta il nulla di fatto, l’afflato del nient’altro affatto annullato e nient’affatto scongiurante la totalità, questa presenza invisibile si chiama angoscia, in quanto invisibile in visibilio se ne frega delle chiusure fossero anche sprangate a tenuta stagna, insonorizzate sottovuoto e penetra, dove si introduce, si insinua, si spinge, dove e cosa erode con la forza degli elementi fenomenologici nell’incondizionata tonalità del noumeno, penetra?, una facilitazione!, tra i ricettacoli di ogni fonte di calore, tra le pieghe, le rughe dell’epidermide, tra i pori di un corpo allenato all’imposizione, la posizione stanziale in se stessi, la petizione per il suffragio intrinseco universale della forma ripiena di una vacuità in analogia con la fertile impotenza sempre in coppia con la promiscua generazione delle formalità normative, l’orma di un pregiudizio tra una torma di giudizi, il richiudersi in una nicchia chiamata esistenza, la consunzione della durata nel lasso periodico devitalizzato tra nascita e morte emanante le odi al pericolo, gli odi per il pericolo di dover terminare e da qui l’azione dello sterminio alla lettera, la lettera trafugata è l’epistola della morte, la stola sudata indossata dalle ancelle della libertà di morire, addette alla distruzione della celle atte ad incorporare ed effettuare l’horror vacui, la presunzione di richiamarsi al vitale quando si è morti … nati morti, la tumulazione della consistenza; essa, l’angoscia, s’impone, prende possesso del corpo, lo disincarna, ne disarticola le estremità e indetermina la medietà delle ossa, sostenuta da un ossia l’invertebrato attributo di tessuti scheletrici disorganizzati e inferenti la frattura tra le ragioni del midollo spinale e le allucinazioni della ghiandola pineale, residenza dell’omuncolo senza discendenza impegnato nell’analisi, la valutazione dell’omicidio non in genere, attuato scevro di effetto, affetto da un’irrefrenabile smania di creare l’armoniosa devastazione, dissolve l’io, distorce lo spazio, rende reversibile il tempo – la struttura di un rimedio contro il tempo, l’obsoleta commedia estraniante il termine medio dal paragone referenziale, disoccupato in attesa del richiamo di estremi bisognosi del suo intervento avventizio avventato –  lo muta in atemporale e presenta, quale suo fido scudiero, il nulla: nulla ha più senso, l’insensato è la chiave di volta della comprensione, tutto diviene intangibile, impalpabile, tutto è sospeso nel caos temporale, anzi la salma del tempo al contempo è divenuta evanescente putrefatta dalle proprie coordinate partorienti la successione ereditaria di un pathos da schiavitù: sono fiero di essere schiavo, di servire, domani è il successo del giorno, rimandiamo a domani e teniamoci aggiorno, la data corriva; la pur lieve coscienza delle nostre alterazioni ci trasborda sull’orlo del baratro, siamo al limite del precipizio, un istinto di dissoluzione ci spinge a gettarci oltre, la deiezione, oltre la deiezione, l’essere gettati inoltre le lande del noto, repentinamente roviniamo in un maelstrom privo di appoggi, è una caduta eterna senza slancio, senza intensità espressiva, non è tragica, linguisticamente perfetta priva della prosopopea delle enunciazioni e con il fervore ironico degli apoftegmi, sembra quasi ineluttabile, non priva di conoscenza … comprendiamo la caduta di Lucifero, l’angelo portatore di luce il cui unico e solo peccato è stato è e sarà l’aver voluto, desiderato conoscere Dio, quasi angeli abbiamo disconosciuto dio per poterlo ospitare nella nostra mente quale collegamento sinaptico, meno male e la teodicea è una supposizione della possibilità  … … … purtroppo l’esperienza dell’angoscia è facilmente riconducibile al mondo onirico, durante la rovina la catastrofe del noto prenotato scalcia un barlume di coscienza, basta intravvederlo ed esso ci afferra ci abbranca, ci risveglia e appunto tutto si trasforma in un sogno o secondo il vostro punto di svista incubato, il disastro è posticipato, evviva!, come moderni Odisseo siamo strafelici di tornare alla nostra Itaca, in questo caso, la nostra esistenza quotidiana, una cosa però l’abbiamo imparata, come rendere inefficaci i ricordi e gettarli nell’oblio, prova ne è richiedere un sommario un indice un titolo tutelare del nostro passeggiare onirico, impossibile … una piccola esperienza dell’impossibile, sì come no, l’impossibile tenuto sempre al guinzaglio del padrone ordinario … una modalità indeterminata, imbrattare il mondo con l’immondo attrezzo della straordinarietà, il proprietario dell’ente domestico raccolta la deiezione dell’utente rigetta nello stato il cliente, un dovere abbiente.

Attenti, però, si racconta che in punto di morte la conoscenza dell’angoscia ritorni a farsi sentire, questa volta, non con modalità eufoniche, con una cacofonia da lacerare i timpani, la pelle si raggrinzisce e sorge il più alto rammarico, la disperazione di possedere dei sensi … la speranza che il tempo acceleri il processo di decomposizione, peccato che il nostro alleato, per l’appunto abbia i propri tempi, il regresso è l’unica forma di conoscenza, disconoscere l’attuale e abbracciare l’inquadratura retrospettiva, la corruptio per sé e la corruptio per accidens cosicché l’esperienza dell’angoscia divenga esperienza dell’angustia, una percezione di sponda.

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