Magna enciclopedia, ellenica-partenopea

La parola napoletana bellebbuono introdotta all’improvviso nella lingua ausonia in un’epizeusi etica della consonanza con l’apocope estetica, è per aplologia la deriva della kalokagathia. La crasi del καλòς καì άγαθός è nella lingua napoletana il bellebbuono preso in parola, l’accadimento non succedaneo, il successo della sorpresa.

Per la perfezione della traduzione fa fede il paradigma dell’incidente partenopeo:

– “Ch’è succies, ch’è stat?” (Qual è l’accaduto, da che lo stato?)

– “Bellebuono è sbucat, nun l’aggje proprie viste.” (All’improvviso, è sbucato dal nulla.)

L’estetica napoletana nell’etica partenopea è analitica, sebbene la teofania dell’analessi sia sintetica, il buco del nulla è rinnegato dalla sorpresa dell’annuire.

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La mano sinistra del diavolo

Un atto costretto a riconoscersi in una teleologia ridotta non ha cognizione dei fini in quanto l’azione è immediata. La realtà del cielo in un periodo genetico, manipolato dal soverchio, un atto che pecca dell’origine spinta all’estremo e conseguenza del proprio essere distante, di un’assenza distinta, percepita e contraddistinta come evidente, sconosciuto come la genesi dell’in principio egli creò; fu pervasa da emanazioni, ardenti sospiri di uno spirito – folata di avvento – vitale animato, soffi sostenenti l’atmosfera limitante la superficie – sfera atomica indivisibile – sublunare. Aeromoti, trasalimenti, eterei uragani temporali, tempeste schiumanti, mugghianti e serranti le ali degli angeli, un’esondazione di spirito tale da ottenebrare l’orizzonte della percezione ultrasensoriale e disabilitanti il sesto senso, furono i fenomenologici effetti di una nascita. Il neonato emanava i cosiddetti auspici con improvvisata letizia e spirito a spasso, con una modalità sempre già passata, quasi una fola, che gli oracoli smarrirono, provvisoriamente, il concetto di chiaroveggenza. L’invito a condividere l’esperienza della fusione surreale con l’oggettivo venne riferito con diniego, l’egemonia degli asessuati convittori si sorprese del proprio stupore, un’aura di confusione regnava sul dominio del reale e brividi di terrore panico, accidioso fecero rizzare tutta l’epidermide – il metro di misura di una pelle superficialmente ricoprente come una coltre gli organi interni, vitalmente pulsanti la sanguinosa corrente – delle ali nonché le rade piume vergognose del proprio pavoneggiarsi. Un pavento impavido e ieratico predicava la situazione come edificante causa efficiente se non eminente, la fine dell’eminenza, un effetto si scartò dalla confezione regalo, la soglia della comprensione fu cosparsa di una materia antiscivolo, tante e innumerevoli fuori da ogni calcolo matematico, da ogni approssimarsi al numero infinito, furono le rovinose cadute angeliche. Reietti e deietti, essi si rialzavano in tutto il proprio splendore come anime in contumacia. Il temuto dono caduto sotto lo sguardo del dolore intristito destinò i reali cittadini al credo della tenebrosa rinuncia al privilegio circostanziale, passione che i reali percepivano come la decomposizione del suggello a riguardo del reame. Il reale sia mio – il reale a me – a me il reale. Un’influenza pervadeva l’etere, la contaminazione simbolica si faceva strada tra le menti estranee all’oscuramento e prodromi dell’oscurantismo, i neuroni dovevano, eran costretti a comunicare a lume di candela inerte, inadatto ai lumi della ragione, scomparsa era ogni scarica elettrica sinaptica. Il simbolico rappresentava, esentava ed era l’icona dell’avanzata, dell’assedio, dell’invasione dell’antidoto al dato, dell’antidoto al reale: il surreale icastico. Echeggia in ogni dove il reato del reale scortato dalla pena surreale. E il surreale era ineluttabilmente il messaggero in avanscoperta dell’innominabile, dell’inimmaginabile, inconcepibile e purtroppo comprensibile: la palingenesi del caos.

La cappa, la fosca concavità e la minacciosa convessità, oscurano l’oscurità prospiciente all’infinito. Intestarditi, accampano privilegi sul vuoto, quasi un diritto a reclamarlo come proprietà, un’eredità immarcescibile, fu diradata da un raggio di sole: il torpore della nemesi divina, la calunnia del neonato.