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L’annuncio del profeta

In un mondo appallottolato un malsano giorno compare un profeta. Tale mondo è come l’afflato di un poeta annoiato. Egli ha come un barlume di illimitato, verga alcuni versi, si distrae e l’istante ospite è emigrato, anche perché è nel perpetuo movimento dell’esilio. Il poeta allora si maledice, accartoccia il foglio e lo getta esasperato, se non disperato, al suolo. Il suo desiderio è che si apra una voragine in modo che i controversi siano risucchiati e scompaiano dal suo campo percettivo. Trascorre un altro istante. L’istante del rimpianto. Il poeta sente le sue dita fiacche, quasi anchilosate e con sguardo tetro tenta di lenirne l’inelasticità. Dai suoi occhi promana una carezza, una risposta garbata alle fusa delle falangi dispettose. Un sorriso solca il suo volto. L’istante del rimpianto scade, il dominio dell’effimero è incontestabile. Egli scorge alcune macchie di inchiostro che velano le impronte digitali, come un forsennato è assalito dal se … allora di una memoria birichina e tergiversando – spostamento verso il tergo – dona al bulbo oculare il movimento di un pendolo. Le pupille divagano a dritta e a manca. L’iride vagabonda in uno spazio nomade senza contorni, si distribuisce ora in un posto, ora si contrappone, ora di sottopone e poi si pone, anzi s’impone. La cartastraccia è ritrovata. Il poeta la carezza tra le proprie mani e la sostiene così come si rinforza la propria creazione con la trazione della poiesi. Spiega e svolge il foglio maltrattato. Lo rilegge con parsimonioso indugio, brama di soddisfare una malcelata vanità e smania di asciugare le lacrime senza ragione …  poscia afferma con letizia: “Non male … però …”

Per ora, nell’attuale frangente, il rimorso è d’obbligo. I versati nella poesia sono impossibilitati al disfare. Il fatto ad arte, il verso misura il mondo sulla conversione dei monosillabi. La versione di un monosillabo, la congiunzione parastica, perdura nel mondo come quantitativa, la durata di una sillaba, una sillaba lunga è in breve due mondi. La versione di un monosillabo, la soggiunzione olostica, rettifica il mondo, il segnaccento intensifica le sillabe, l’acuto del mondo è un mondo chiuso.

In un mondo di cartastraccia le donne e gli uomini sono coinvolti, i fogli non sono conteggiati, il formato è marchiato da un adesivo bordato, il foglio attaccaticcio, incollato e avvolgente, il corpo è il campo di scrittura del profeta, c’è un che di mellifluo o manierato se si considera la legiferazione sul riciclo della carta e le disposizioni affinché la salvaguardia dell’ambiente rispetti le testimonianza storiche, nel quale l’appunto, il promemoria o il marchio colorato del quadrato, del rettangolo, l’area della figura geometrica piana, il post-it che per gli anglofobi è il post del postero, in effetti per un madrelingua italiano, il terzo escluso, l’affrancamento della terza persona neutra è incomprensibile, il dopo, il post del postero per converso, è non tanto la giustificazione di chi avrà e avrà avuto il privilegio di ascoltare il profeta, bensì l’escatologia di un’ingiunzione interessata, il postero è il moroso del futuro e se l’ultimo post non fosse allocromatico l’asta della profezia, il futuro della storia, il pignoramento del post, dopotutto, dichiarerebbe l’ufficialità della ricorrenza, la rammemorazione del passato o di recente la profezia leggendaria, un post sbiadito che il terzo escluso per il procrastinare della leggenda ha ingurgitato; è la traduzione del post scriptum scollato, se non strappato, un post scriptum appallottolato è il mondano disbrigato. Pertanto il formato del foglio è un corpo di scrittura, i fogli sono incollati, i fogli bianchi, vergini, non scritti, i fogli che un tempo si utilizzavano per il singolo autografo della stella, dell’astro e della cometa e non per gli sciami di meteoriti, un registro linguistico astruso e, per antonomasia, l’asterisco del passato recente, combaciano per il coinvolgimento del corpo, è più chiara l’espressione corpo in folio, il formato del foglio su misura del corpo della donna e dell’uomo, l’immagine del corpo umano come corpo di scrittura è un’illusione, l’immagine del corpo in folio è un preludio.

Nel mondo privo del profeta imperversa la cacofonia più disparata. I parlatòri son luoghi aporetici, la conversazione interna non può visitare la diafasia, rinchiusa com’è nella tetrapiloctomia, la conversazione esterna visita l’afasia senza porsi domande, è accolta come se fosse nel proprio registro linguistico, è esortata a sprofondare nella comodità di linguaggio, ringrazia con la parafasia.

Il profeta girovaga per il mondo, osserva la teoria di donne e uomini scollati, i fogli in ottavo planano il vento o sono valicati dall’aria, un residuo di colla appiccica un formato scagliato, un tegumento della muta in folio, sui baffi. Egli non fa una grinza, è avvezzo al solletico della scrittura, giammai scevro, tuttavia è preoccupato dalle scaglie, un corpo nudo è un corpo sfogliato, un annuncio avverato e una profezia falsa.

Il profeta è riconosciuto dai corpi in folio, gli uomini così come le donne si accalcano, la precedenza cortese è un muto tumulto, le purulenze sono fasciate con garze sterili fibrose, l’anatomia è dissezione dei generi. Su un corpo in folio scrive l’annuncio, è illeggibile, inaudibile e impalpabile.

I corpi in folio respingono l’inchiostro profetico, minacciano le percussioni della calca, esecrano il corpo sfogliato del profeta, dapprima arretrano, i corpi fobici, dipoi, reciprocamente, scrivono la parola xeno, il corpo xenotipo. I corpi in folio, fobici, abbozzano la parola impronunciabile, sono imbozzolati, i corpi xenofobici.

L’annuncio del profeta è proscritto, per l’assenza dei post è adespota, l’asterisco autografo non ha una figura geometrica piana su cui essere apposto.

Dal post scriptum strappato, il profeta è soffocato dalla briga delle parole e l’annuncio è malversato dalla sinossi imboccata, sussunta.

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