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Italiani, ancora uno sforzo per essere reazionari

In opposizione alla sollevazione, la virulenza malleverà la rimostranza con l’appetizione alla contrazione. L’ablazione della reazione sarà la risoluzione alla cosa. L’estensione della dichiarazione ha per oggetto la cosa. Il principio di cosa è una tensione all’astratto, la dinamica della comunicazione ripartisce il campo semantico. Estrarre il sema della significazione nel tropo. Il locutore dà avvio al senso comune con la detrazione della cosa. Prende in oggetto la cosa, ne astrae il significato e, nel senso di cosa, comincia a prendere possesso del campo. Sema consegue a sema, la semantica è contratta. È tempo di isotropia, la tensione della cosa, luogo diviso del sema e luogo condiviso della semantica, intensione di grado zero dell’astrazione, attrae l’attenzione degli interlocutori. In principio era la cosa del locutore, la cosa che diede avvio alla comunicazione, l’interlocutore intensificò la riprensione per obiettare, in linea di principio, alla cosa. L’astrazione, di grado zero, non esautorò il tropo. L’intensione della cosa converse la comunicazione. Locutore e interlocutore, nel campo semantico, riconobbero il senso comune della cosa. Il termine di cosa è un’estensione del concreto. La conversione della comunicazione, nel senso comune, ripone la domanda nella definizione della cosa. Gli interlocutori spiazzati, il locutore in luogo dell’interlocutore e quest’ultimo in luogo del penultimo, si ritraggono dal senso comune. Avvertono che la cosa in questione necessita di un termine. Il campo semantico è arido, abbisogna di un’allotropia. Più che altro di un significato. Un sema che rimetta in questione la semantica. La locuzione significativa. Prima che il discorso abbia fine l’allocutore commisura la cosa ad una parte del campo semantico. L’allocutore tiene la cosa nella giusta misura. La cosa a parte nei confini dell’intero campo. La definizione a parte della cosa non si dispiega sull’intero e entrambi gli allocutori si ritrovano nel dissenso. La conversione al senso comune e la successione, domanda di significazione, ripongono il dubbio dell’insignificante nel discorso degli allocutori. La certezza di senso che comunicava tra locutore e interlocutore, in principio di cosa, diviene insignificante discorso tra allocutori, a termine di cosa. La questione della cosa non ripone la risoluzione in un ulteriore corso di comunicazione, conversione e discorso tra locutori, interlocutori e allocutori, non espone l’intensione e l’estensione, l’isotropia e l’allotropia del campo semantico agli agenti esterni che assolveranno senso comune e significazione nel conferimento della cosa ad una cosa che abbia riguardo del che cosa, che memore del pronome interrogativo, esclamerà il cosa che farà le veci del nome. Nominato in principio e a termine della conversazione come promemoria per il secondo dialogo. La logomachia non segnala il fuori luogo alla distesa, all’intesa della cosa. La logopedia non riabilita la cosa al campo d’azione. L’elocuzione della cosa è inazione alla cosa. Gli avventori della locuzione tendono e pretendono la contrazione della cosa. In reazione alla questione della cosa, riprovevole, esercitano la risoluzione alla cosa. Ancora uno sforzo per essere reazionari.

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