Energumeno

Altrui è squalificato dal gioco del quale. Qualunque lo espelle, quale peraltro. Altrui è fuori misura dal gioco dell’alquanto. Quantomeno iperbolico nell’altrettanto. Altrui è tutt’altro che quale, non è un altro che in quanto.

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Per converso

Riversare nell’enunciato l’etimologia della parola, la pronuncia, è un disfare la conversazione. L’enunciazione, nella proposizione, presa in parola, l’annuncio è un affare denunciato. La rinuncia perlocutiva è l’allocuzione della composizione. Il preannuncio illocutivo si confà all’enunciazione che progetta l’enunciato. Il nuncio rifà l’enunciato nella detonazione dell’enunciazione. Il notabile della conversazione non sopraffà la denotazione, la benemerenza non vessa la connotazione. Il fare detto, l’indire affatto riversa nell’enunciato la comunicazione, conversa la denuncia incontro l’ignoto attanziale.

Essere impegnato

L’obbligo ad essere trasferisce al credito ad essere la garanzia di essere. Il riscatto dell’essere rinviene nell’interesse. L’essere obbligato non scade, ricambia la garanzia con il disimpegno. L’essere in credito s’impegna a che l’imponibile in debito ricada nella durata, l’essere di mora. L’essere spegnato estingue l’interesse nella deposizione dell’essere.

Rassicurazione

L’itinere non è incidente. L’accidente itinerante è coperto dal premio assicurativo. L’assicurazione è un rateo della percezione; in corso, lo stupefacente è indennizzato come acconto della recezione, come sconto della ricezione; in scadenza, l’infortunio è un’accezione da cognizione forfetaria; scaduta, l’allucinazione è fuori luogo.

Pro-mozione: http://www.ebay.it/itm/Adamo-di-Compagnia-Vizi-di-Forma-ebook-/300845107702?pt=IT_Libri_Romanzi_Narrativa&hash=item460bc409f6

Y

L’epitopo è il sopralluogo dell’antigene nell’anticorpo, l’induzione dell’incorporato. L’epitopo è la giustapposizione della genesi del corpo, la deduzione scorporata in memoria. L’epitopo è la ripetizione dell’anafilassi e dell’autoimmunità, la riduzione accorpata. La condizione dell’epitopo, dopo la localizzazione, biforca il corpo in immunità atrabiliare e in determinante della materia peccans.

Logopedia favolata

“I figli di Adamo ascoltano la favola eletta dal padre, il sonno non si concilia per l’attenzione prestata alle parole letterate, al trillo dell’alfabeto. I bambini reclamano la lettura, il padre forse il lieto fine della sonnolenza, non ne sono tanto persuaso, i bambini non sono viziati, sono nel sentire i vizi di forma. La lettura è virtuosa, l’opera è incompiuta e la notte procede. Il padre sarebbe aduso al nottetempo, io, sempre da padre, sono più per la buona notte, ma la lettura viziata non concilia il sonno. I figli di Adamo sono nel partitivo di compagnia. I miei figli, o meglio mia figlia non è nella specificazione della filiazione. È una bambina che accorda le sue prime parole, nell’onomatopea dell’ascolto ripete i nomi, tutto per lei è nominale dall’uno due equilibrato nelle sue due orecchie, i nomi comuni di mamma e papà risonanti nelle linee delle sue cartilagini auricolari. È notte fonda, sono a lato delle traverse della culla, allineate per la sicurezza dei bambini, con una mano mi attengo al ritmo dell’oscillazione, il lettino non deve superare un determinato angolo, per approssimazione dimezzate il semicerchio, con l’altra mano leggo la favola del lettore vagante nell’alfabeto. Di primo acchito sembra che la mia bocca stia articolando una filastrocca, non nego un certo sorriso, nel contesto infantile dovrebbe facilitare il sonno, poi ricordo la serialità dei giochi e di come essa tolga un’unità al gruppo di partecipanti. Accidenti, la lettura seriale non accompagnerà il sonno della mia bambina, la lettura stona con l’oscillazione, la filastrocca diviene una consonante con cui l’escluso al gioco ricorre ad un cavillo del regolamento, non fantastichiamo mi son lasciato prendere dal titolo dell’opera, si appiglia ad una regola non tanto chiara e richiede la riammissione al gioco. La discordanza dell’oscillazione e della lettura disturba la circonlocuzione di mia figlia, è sul punto di piangere. Riprendo l’accordo precedente la serialità del vizio di forma, l’acchito, il primo acchito è assecondato in un ritornello. La lettura, in armonia con il dondolio, è un ritornello che riprende la combinazione dell’alfabeto, il vezzo dei nomi è compreso per quel che è, un accorgimento del dire nella pedagogia della veglia. Mia figlia, quale diletta, ed io, quale lettore, vaghiamo nel ritornello dell’alfabeto, la combinazione delle lettere si defila dalla serialità, è infedele alla successione regolare di vocali e consonanti, riprende il suono incidente di una consonante, di una vocale. La composizione delle parole fa il doppiogioco, il progresso delle lettere è spergiurato per l’incredulità delle sillabe, l’ortografia fa il verso alla fonetica. Diamoci un tono, non abbozziamo il fonema nel morfema. Dovrei lasciare l’oscillazione all’inerzia, le consonanti palatali sono oligopnoiche, avrei bisogno di un bicchiere d’acqua per deglutire le vocali e non schizzare saliva ad ampio respiro. Cedere il proprio posto accanto la culla, pur di idratare la lingua, balena il riversamento della filastrocca, il patema della mia bambina. Il soccorso della mia compagna, con l’apprensione del bicchiere d’acqua, dà senso al ritornello orecchiabile. Ha acconsentito a che l’ascolto sfiatato non conservasse, nel sottovuoto, la sveglia, ha dato aria alla mia ugola e il ritornello è nel tutt’orecchi. I vizi di forma sono incompiuti, i vari titoli citati nell’indice non ne concludono la lettura, mettono solo un distacco fra una notte e l’altra. Mia figlia, la mia compagna ed io, siamo sul punto di prendere sonno, nel ritornello, tutt’orecchi, della favola comprendiamo, noi genitori, che al risveglio i nomi comuni saranno sì ripetuti, affini all’alfabeto in cui vaga la nostra bambina.”

Alessio Sarnataro

Recensione di Adamo di Compagnia,  “Vizi di Forma”.

L’esattore

Mette gli accenti sulle i, risolve la computazione del debito nella compitazione della promessa, è all’ordine del giorno che il sillabario sia il pro del messo, nella partita doppia del dare e dell’avere il credito è rimesso nell’esigenza della perequazione così come il debito è dimesso nell’esizio dell’interesse. L’esattore, nella commessa del debito, rimette l’interesse ai termini: predare e riavere. È fuori di rima che la poiesi dell’esigere non subentri nell’addebito, che fuoriesca dall’accredito. L’interesse è l’esatta dismissione dell’esercizio, il predare è sedare, il riavere è stornato. L’esattore, messo l’accento sulla i, della poiesi, è tutt’altro che la riscossione del tutto, che la concessione dell’altro, è indaffarato nell’imponibile e nella processione dell’aliquota. Non intercede la poiesi, non interagisce con il saldo, è inestinguibile al pari dell’interesse.

Pro-mozione: http://www.ebay.it/itm/Adamo-di-Compagnia-Vizi-di-Forma-ebook-/300840709685?pt=IT_Libri_Romanzi_Narrativa&hash=item460b80ee35