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Litanie ai miei padri

Innumerevoli claustrofobici vagiti rincalzano il vostro procedere, andazzo adagiante di volti malfermi, voi, voci di una tremante penna investita da forze primordiali di emozioni futuristiche, rispettoso distacco avvicinante ad un trasbordare sconfinato, immensa traslazione, balletto ondeggiante in una nebbia sollevante sipari; voi, riposati padri viaggiatori in una strada necessaria indefinita per trasposti condotti autorevoli, scarabocchi di dita infantili, lacrime cementate in blocchi nominati alla tristezza, identità commosse tra predefinite nicchie di un’umanità in lutto per un bisbiglio acuto, fulmine a ciel sereno di una torrida estate innevata in un autunnale temporale come un raggio di sole in tenebrose nuvole; voi, signori di parole spezzate da risa dolenti, pozzi cosmici di inquiete vedute; voi, cavalieri ancestrali di oscure battaglie avvinte ad una stabilità del  vestiario, l’uniforme, sfilanti in un rispetto cerimoniale, testimoni di un potere calato in terre morte e celato da fertili recinzioni sovrapposte; voi, ritirati bevitori, amanti di brocche schiumanti vitalità cremante responsabilità singolari e colpevolezze universali; voi, avanscoperte di un mondo calcolato da esploratori analfabeti, carichi di profittevole avidità conoscitiva; voi, padri desueti, portatori di generatrici generazioni, azioni generali di un affetto tetto di malcelate affezioni, affittuari di tutori ammirevoli di infanzie minori, doganieri di passaggi celeri di merce statale natale, di una cessazione consunta da sunte presunte ed assunte consulte familiari assaltate da consultati, desolati consolatori di tragedie sorprendenti, nastri preregistrati di noiose miscredenze, parole cariche di riconosciute pronunce vomitate ed impiantate in affrante formule di cordoglio, partecipazione ad un gioco ove il divertimento è scacciato, musi tristi, quasi gocciolanti di marmorei volti, monotonia dovuta ad una situazione ammansita da un dolore sprezzante, il prezzo del disprezzo, rabbia educata di onde infrante su scogli porosi di avidi speculatori avari di parole, sillabazioni cadenti in rigurgiti rassegnati ad un qualcosa chimerico, destini rituali di un accalappiauomini mascherato da essere umano, lacrime amare di un amore abbattuto, decapitato, disincarnato, seppellito da boia in gonnella per nascondere protuberanze anatomiche nel sedere, per un futuro invecchiato da godimenti lussuriosi di giovani artisti dediti al posato uso drogante del piacere raccomandante e raccomodante di un raccolto profuso di raggelanti ringraziamenti, condoglianze; voi, miei padri, alzatevi per urinare su questo ribrezzo, questa morte sfiorante, falciante, non sceglie, una simpatia la attrae, nell’ebbrezza è immortale, è schifosa, purulenta nella propria ipocrisia costruttrice di parole merlate, merdate lorde, impiastricciate da un gelatinoso significato riferito ad una melma tangibile, il cui cammino è agibile, abile più che possibile, quasi necessario nei riposti buchi ospitali di un tale clamore intimorito, sconquassato in ossari pubblici di un pudore esente da emozioni, gelido, talmente calmo nel proprio nervosismo e a tal punto nervoso nella propria calma da creare giudizi infondati in fondali marini ove le palafitte sono così impalcate da non erompersi per nessuna invenzione sorprendente, parole vergate in sangue gelido, ibernato, risplendente di un’alba crepuscolare, limpide accompagnatrici sorridenti, amiche di stanchi viventi oramai stracolmi di significazioni, ristoratrici motrici, perforanti aliti di vitale conversazione versata da un sensale accogliente dispersi e disperati mugolii temporali, passato presente e futuro miscelati in una congerie seppellente un antropolatra pazzo, giocherellone con illusorie immagini sociali non senza antropofobia; esuberanti, derisorie urla laceranti, urlo dei miei padri … reggimento di parole … grida inverse al mondo … urlo del mondo … grido per il mondo immondo … un immondo urlo nel mondo … … … (burla) … . …

Alessio Sarnataro

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