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Nei panni di dio

Sono un fantoccio, uno spaventa uomini, sul sagrato di un’umanità disinvolta è posta la mia sagoma. La mia allampanata versione in cartapesta distoglie gli uomini dall’intraprendere le mie esperienze. Come un proscritto sono raccontate le mie azione dal malevolo fine. I miei scritti, le mie testimonianze sono messe all’indice. Un indice che come ordine di un’estrema manualità addita la direzione del saluto. Ho affermato il mio arrivederci, la salute di una mano che non trova materiale su cui sfogare l’energia muscolare. I miei tendini come cani da tartufo, ritrovano la fibra di un foglio, non importa che sia riciclato, pestato da innumerevoli orme fiere del progresso umano al termine della storia. I passi raggiungono un’escatologia, la scienza compiuta sul ricordo di erronei esperimenti. Se un mento riesce ad esperire di essere l’inferiorità di un volto forse riuscirà a coinvolgere i miei spettatori all’apostasia. Abbandonate la conversione di facciata alla burocrazia impersonale, non importa chi voi siate, siete uguali in nome di un pronome come certificato di garanzia circa la funzionalità del battesimo come iniziazione smembrata alla comunità personale. Il credo di un’uguaglianza, l’identità ai personaggi di una favola dal lieto fine. Si promulghi, si diffonda l’eresia della diversità, sono finito come uomo accomunato e sono la fine di questa finitezza. Non basta l’incolta crescita di una barba a rendere il mento estremo termine di un lamento. Il lamento della mente si accarezza la barba, la scuote come un cespuglio sconvolto dal vento tempestoso, con la speranza di ritrovare la mistica rivelazione di un’assenza di conoscenza. Sono sbarbato, il mio carnevale come festa dei fantocci, non prevede la barba posticcia. Una mente barbuta si abbarbica sull’aporia, non può spiegare il dato di fatto del suo essere predatore di una peluria a difesa di una difficoltà logica, che poi è estremamente semplice, prende una posizione e sul territorio reclamato erige il proprio ristoro, la dimora del proprio essere un’essenza. Chi sono io? È la domanda mentale, elementare sono il proprietario. Le stagioni, le suddivisioni annuali si moltiplicano. Fa freddo. Da emblema del carnevale muto in icona dell’inverno. Sono un pupazzo di neve. Il mio biancore è maculato, sono un pupazzo selvatico, il mio habitat è una giungla di osservazioni posticce, le conversazioni devono convertirsi alla conservazione del metodo chiacchierato. Occupare le nostre labbra in emissione di parole spuntate. La puntura di una parola indolore. Non l’ho sentita. E’ questo il segreto del luogo comune. Una parola senza serie. Un’opinione espressa come parola verità, univoca. Una voce per l’umanità accomunata. La comunanza di una voce sussurrante la propria raucedine. A furia di dire le stesse, le medesime cose, le prolissità loquacemente schizzate da un’aridità palatale, ho perso l’inflessione tonale. Mai avuto un’inflessione quindi che la gloria sia l’affezione della laringe. Ho abbassato i toni. Sono educato e alternativamente alterato e collaterale. Nonostante tutto siamo i padroni della voce. In senso prominente l’univocità. Una voce accentata. Una voce fin troppo accentuata. Una voce avocante l’ufficialità di un canto. Come incantati siete il senso unico di un canto stonato. Non riuscite ad infrangere la struttura del mio singolo fiocco di neve. Sono una composizione, io e non una dissoluzione in unica vece, l’univocità priva di un’eco … ripetere senza differenza di intonazione, l’azione inflessibile, se siete così rigidi è una naturale conseguenza l’essere senza fiato, l’essere affetti da mutismo. Ho svelato il segreto. Siete innati. Siete nati muti. L’inflessibilità atonale è frutto di un marchingegno. Un artifizio ha celato la vostra disabilità – che le parole siano specchio dei vostri significati, non offendetevi. Ora vi piacerebbe l’appellativo di diversamente abili, ma se avete sempre abolito la dispensa, le differenze modulari ! Viva l’indifferenziazione ! Siete elettricamente in cortocircuito. Come uscire da questa situazione ? in silenzio !

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