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08 Luglio 2008

Un foglio vergine esfolia una risma di carta, osserva la cellulosa, la grammatura, la lunghezza in mm., la compatibilità ecologica con il rispetto dell’ecosistema di ogni singolo foglio, un formato attira immediatamente la sua attenzione, procedendo con indugio, non poteva essere altrimenti, ogni foglio è sverginato vuoi per una sfumatura del bianco in avorio, vuoi per piaghe da decubito per una malversazione subita, non vuoi per una traccia nera, cicatrice di un macchinario di produzione, non vuoi per una lacerazione del campo di stampa, vuoi e non vuoi per una sorpresa confezionata: tra presunte copie in serie l’eccezione, la macchia nera, come si dice nel luogo comune ai tanti, in questo caso è il foglio cremisi, credo che mise il suo pudore in attesa che l’imbarazzante rossore emozionale svanisse e commise il peccato della miseria, la commiserazione per un colore disgraziato inadatto a ospitare la scrittura, disprezzato per il prezzo di un campo visivo adatto a ricevere la pittura di un’opera d’arte; vuoi e/o non vuoi per il gesto di un serial inkjet cartaceo che ha impresso su ogni foglio il marchio di uno scarabocchio come impresa testimoniante l’occhio cieco alla scrittura delle percezioni avvistanti il crimine di un linguaggio visivo. Il ghirigoro diviso.

La verginità cartacea è caratterizzata da profumi di resina, dall’aspersione di un appiccicaticcio donante un’origine collaterale ad un manoscritto, il parallelo tra la natura radice di ogni conoscenza fenomenologica e il logos bagnante fertilizzante il terreno su cui il seme della creazione feconda l’esperienza di una meraviglia, la veglia della mera vita, una vita sprigionata invitata potenzialmente adatta al ciclo del risveglio (morte e rinascita) e atto potenziante la conversazione con la voce solipsistica della morte nonché conservazione sottosopra di difformi dimorfi appunti testimonianti la voce della morente rinascita e della rinascente morte; dall’imene di un alfabeto pronto ad essere lacerato e combinato con i propri frammenti per il piacere dell’orifizio occluso, il piacere di un vuoto aspirante gli umori estatici del caos e la gioia di una combinazione partorente la neologia: gestante l’insonnia del linguaggio, i sogni della sintassi e gli incubi lessicali (spesso i manoscritti ereditano la genealogia su cui sono scritti, prescritti e trascritti sono tronchi, la cellulosa degli alberi, incompleti in quanto attributo di una linfa vitale scorrente in un flusso universale degli opposti – non mancante – ma in perenne trasformazione mutazione mai compiuta … la modificazione di una proposizione in un apoftegma).

Amo il tuo nome come relazione andata a buon termine, il tuo termine è la singolarità di un rapporto differenziale e nell’indifferenza presupposta e creduta aspergo il mio seme come coltivazione di un linguaggio bucolico, la mia insonnia è il sonnambulismo di una parola: amore, l’esca di un rancore e l’amo di una copula. Il nostro rapporto crea lo spermatozoo come zoo neologico e l’ovulo come fertilità di un parto in cui i nomadi del creazionismo, gli apostati dell’evoluzionismo e i pirati del fraintendimento giungono al proprio ristoro, il pasto dei genitori come indisciplinati esempi di un’evasione dal siero della verità e dal pensiero della mendacità. Modelli di un amore amorale come un’etica del desiderio e immorale come gli anticonformismi di una perversità che espande all’infinito il verso del piacere e il controverso dell’orgasmo. Potrebbero i nostri organi dispiacere al creatore che ci vorrebbe attori del libero arbitrio come generazione della servitù del giudizio? Come debito dell’estetica ragionante e della volontà abusata?

Riamo il tuo sesso, come l’ossessione di un angelo, la ripetizione di un coito interrotto dal vuoto di un preservativo che, appunto, conserva e osserva le norme del risparmio, il seme o insieme di DNA – donante nient’altro che l’alterità – reso infinito dalla nostra costituzione intensiva di un’essenza come potenza di distruzione dei luoghi comuni e dei tempi attempati, una coppia, il nostro paio di pensieri ammessi al palio delle sinapsi eterne origina la devoluzione della maniera di esistere, la procreazione di una modalità del vivere che non evita la vita, non si avvita intorno alle radici, ben attecchite della morte, estirpa la natura morta e eleva la potenza della vita all’infinitamente conosciuto della riconoscenza, riconosco i miei limiti come soglia di un infinito, soglia di un’eternità, mortalità, deicidio animale dell’immortalità, e rendo grazie all’esperienza vitale … la mia singolare esperienza vitale … tu sei l’eccezione … le nostre singolarità inventano le controcorrenti della terza singolarità … l’evoluzione della donna e dell’uomo nel terzo precluso, il gongolare di una copula come essere il sorriso dell’ausiliare disumano, il terzo recluso che distruggerà l’umanità ipocrita ignorante il cosiddetto ausilio dell’essere transeunte, l’in fieri che dissocerà il soggetto dall’assoggettato, l’oggetto dall’oggettivo e reclamerà il proprio rovescio come capitombolo di una ragione emendata del ragionamento e sragionante come una lotteria, priva di premi e di pene, dilettante la fornicazione del caos con il cosmo: il caosmos  …

Se tu sei stata un angelo, potrà essere l’io vedovile il demonio … la dimostrazione, il demo di una molteplicità infinitamente frammentaria e eternamente unita negli orizzonti del demonico e nelle verticali angeliche? Il perpendicoloparallelo dell’angelicodemoniaco … la quintessenza, senza organi. Il cammino del vedovaggio esegue le orme del trapasso.

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  1. 12 maggio 2012 alle 9:10 pm

    incantata…

    • 13 maggio 2012 alle 3:12 pm

      Non fa presa la formula magica; sorprende “il traverso” della letizia.

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