La metafisica dell’orma

Il carattere di un’orma ristagna tra le correnti di un terremoto etereo e nelle bonacce sperperanti la mala sorte di una lotteria del passo compassato, procedendo in cotale direzione con cotanta velocità il cliente, dove prospererà l’usufrutto della vincita? Si riassume l’orma sempre all’interno della frontiera come impronta lasciata al caso, solo che il caso soffre la solitudine e copula con la causa efficiente, sempre esposta alle intemperanze di perturbazioni improvvise che ne sconvolgono l’evolversi temporale e la traccia permanente; un segugio, collezionista di forme, percorre e rincorre la superficie del terrapieno, attento al terravuoto che potrebbe atterrarlo, augurandosi una scoperta annoverata tra le meraviglie dell’immondo, l’orma difforme … precedenti, se non ancestrali archeologi hanno notato l’illogicità di quest’avanscoperta data la mancanza di un riferimento anticonformista e, ciò nonostante, sono stati i fautori delle più strabilianti spedizioni di ricostruzioni scandaglianti il prontuario delle tracce a norma di rintraccio, l’eccezione si è sviluppata con le orme deturpate dai brutali privi di spirito estetico/storico, si è richiesto l’ausilio di restauratori zelanti, che con lo zelo caratteristico degli artisti, hanno ricreato l’assenza, il fantasma ormato è stato adornato di una nuova orma e il deturpato è divenuto doppia orma, tra gli esperti neolinguistici è sorto, sempreché non sia risorto, il nome di ristoratori, non peraltro più che essere restauratori di un passato dimenticato nell’addiveniente, saranno i gestori di una profonda acquolina, l’appetita condizione della creatività umana, risultato di una petizione per il progresso, e non l’evoluzione, di una civiltà ripudiante i propri albori perché inefficaci contro le frane dell’intelletto e il disboscamento della coscienza, una volta radicata nell’inconscio … la metafisica dell’orma è una fisica priva di meta, non teleologica né teologica, con cui l’orma passeggia tra le proprie affini con la prosopopea di chi scrive l’epopea di un segno invisibile sprofondato e ricoperto dall’esposizione all’introspezione della natura …

Può la psiche dell’uomo divenir personaggio di un evento scritto passo dopo passo ?

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La fisica dell’orma

Residui assidui di un mondo frastagliato da onde tonde come sonde di un donde condito di tracce credenti a leggi elegiache – secondo un pentametro dogmatico redento dalla croce degli orizzonti dalle vertebre sostenenti il reale empireo – sacramenti battezzati alla fonte del fondente sacrilegio o privilegio – leggio ove è poggiata l’evoluzione dell’essere umano in carta e l’evoluzione dell’essere divino incartata – della contraddizione addizionata alla controparte contraente il contrapposto quoziente collegiale contrassegnato da frequente contraffazione – avamposti dipendenti da un’affezione al posto di comando – facente il verso della consegna leggiadra, controcorrente controversia della contraccezione indivisibile … eccezione alla divisa dell’uniforme …

… il paradosso delle orme : hanno una progenie quasi illimitata sebbene siano dedite con attenzione quasi indugiata, alla più sfrenata contraccezione …

… l’accezione di un’orma è la forma …

… l’eccezione di una forma è l’informe …

… il controverso di un’orma è non indicare una direzione …

… la libertà di un’orma è nella propria nudità …

… la schiavitù di un’orma è nel voler concederle un’uniforme … la divisa suddivisa in una rosa dei venti … un punto orientato … una meta cui far riferimento … la metafisica dell’orma … … …

Revisione

La mimesi del pensatore: un dispensatore porta a spasso – a guinzaglio – il proprio unico pensiero ramificato – è uno spasso; ignora – non desidera percepire – che il paesaggio sia irretito nel circolo virtuoso dell’interpretazione autentica … è tutto un eseguire di nuovo … un ripetibile replicato in precedenza … non un irripetibile: la grazia del pensiero … . …

Il mentore

Sono condannato alla pena di morte. La giuria ha convalidato la sentenza di morte. Sono ritenuto colpevole. L’azione incriminata è considerata spergiuro. Le prove hanno confutato la mia innocenza. La presunzione di colpa è divenuta colpa effettiva e non accidentale. Intenzionalmente ho avvelenato l’esistenza dell’umanità altra. Intenzionalmente la legge prescrive che sia biasimato e dichiarato idoneo alla morte inferta dagli uomini di un’altera umanità. Cosa avrò mai commesso? Ho assassinato. In poche parole, ho defraudato la vita. Ho privato la consolidazione della vita nel tempo e il radicamento della vita in uno spazio. Ho immesso la morte volontaria, al pari di un suicidio, nell’ordinario procedere della vita assistenziale ed esistenziale dell’altezzosa umanità. Ho bestemmiato il dio dal plurale maiestatis. Ho diffuso la pestilenziale voce del demonio. Ho dichiarato mendaci gli usi dei miei simili, che, poi, tanto dissimili sono, abusano dell’evitare la morte. Ultima parola. Ho ammazzato il mio mentore, nell’emissione della sentenza di morte.

Sono dannato alla compassione umana. Sono ritenuto vittima dei miei vizi. La mia condotta è frutto delle insane abitudini da cui sono stato ammaliato. I miei modelli sono effetti di azioni criminali. Le prospettive che hanno formato il piano visivo immanente e immane della mia adolescenza, sono e non potrebbero essere tali modelli della più brutale recrudescenza del terrore. Cresciuto nel riverbero dell’uomo nero sono divenuto la trasparenza delle tenebre e l’incarnazione della più fosca espressione del male. Meno male che sono un solitario, avrei potuto infettare la sterilità del mio prossimo. Sono superbo perché ho desiderio di voler conoscere. Sperimentare la meraviglia di un nuovo presente è la mia caparbietà. Sono ai limiti della dissoluzione. Sono sulla soglia dell’autodistruzione e me ne compiaccio. Il compiacimento piace e seduce l’altrui piacere. La mia presenza muta l’altrui assenza in godimento della propria presenza, della propria carne, la voluttà dell’essere presente a se stessi senza rimirare l’assenza momentanea in vista della divina futura conciliazione di causa e effetto. Ammiro il dispiacere di dio nel vedere la causa estrosa e l’effetto stravagante. Ho visti innumerevoli effetti vagare tra il diverbio di strade maestre e contrade che ne demoliscono i principi ammaestranti. Ho visto effetti ripudiare la dottrina della causa. Ho intravisto cause invidiose delle teorie effettive, anonime delatrici delle proprie cognizioni solo per manomettere e isterilire l’apprendimento e l’effettuazione delle dottrine perfezionate dagli allievi. Ho guardato la proiezione di cause in effetti e di effetti in cause … il tutto nella più impalpabile frammentarietà. Percepisco il caso. Recepisco il caos. Motteggio il cosmo. Genero il caso del caosmos. Sono compassionevole. Il mio unico e solo modello di vita dileggiante e evitante l’inesistenza è il mio mentore. Se egli è un mentitore potrò mai essere un alfiere del verosimile? Le mie azioni potranno essere imitate dai seguaci della verità. I miei atti vorranno essere riprodotti dai fautori della libera mendacità, la fallace esautorazione del vero. Il verosimile dovrà solo somigliare alla nausea da conato di identità. Moltiplichiamo fino all’evanescenza le identità e creiamo la neoillogicità della dissoluzione, della scepsi di un io. L’impersonalità del folle immerso in una folla di savi è la facondia dell’essere amante del proprio linguaggio, creante gli agi e i disagi del proprio essere scritturato come protagonista di una commedia ove il mondo versa tragiche lacrime … l’ironia di un soggetto cascante tra i propri dimentichi oggetti e la soggezione di un’azione priva di colui a cui si riferisce …. Io non sono colui che sono … io non sono che colui che non è … io non sono colui che non sono …

Il mio mentore ha fatto ammenda. Ha emendato il proprio insegnamento. È il segno che indica un rimorso. È morso dalla fame che lo ha reso celebre. La sua innocenza è la mia innocenza. Se io ho ricalcato i suoi passi, se ho allargato le tracce delle sue orme non sono colpevole. Consapevole di un’identità forgiata dall’imperituro addestramento, non posso essere ritenuto capace di intendere e di volere. Io contendo al mio mentore il nostro destino. Lo scopo della nostra vita è vivere per morire. Una dottrina semplice ma difficilmente applicabile. Io l’ho effettuata con un assassinio che comporterà il suicidio. Egli ha composto il dissidio nel momento in cui è divenuto correo con il deicidio. Siamo correi e degni della pena di morte. Solo che non è la pena di una morte ma il premio dell’imporre la nostra esistenza. Abbiamo assistito al proclama della vita e come banditori abbiamo bandito la vita evitante la vitalità – invero l’atto della vita, la vita effettuata – abbiamo promulgato il caso di una morte sorprendente. Il più vero dei miracoli è la sorpresa della morte. Mai potremmo affermare la profezia della decomposizione. Mai potremo esprimere il tempo del cadavere e mai e poi mai conosceremo la data della nostra finitezza. La morte non appartiene al dato è la sovrana del regno dell’ignoto. Il reame dell’inconoscibile, concepibile ma incomprensibile. L’ignoto reale. La menzogna del mio mentore è la sua sopravvivenza. Non riesco a comprendere. Egli sopravvive e rinnega la mia morte. Si diletta della sussistenza di una fallace testimonianza. Spergiura circa un fraintendimento con cui io ho alimentato il mio essere. Una cosa è la teoria e un’altra è la messa in pratica. Ha sempre affermato che l’allievo non supererà mai il maestro. È un luogo comune che l’allievo subentrerà al maestro, supererà l’esperienza del maestro. Egli è l’officiante la cerimonia del diverbio, l’eufemismo rinnovellante la favola del lieto fine. Il fine di un insegnamento è programmare l’educazione all’esempio. Mostrare l’esemplare e mascherarlo come la creazione di un ex novo che purificherà come una palingenesi la dissoluzione di un’inverecondia. Vano motteggio, ho da sempre compreso che mi impartiva una terapia con cui ottenebrare la mia gioia e predestinarmi alla pena di morte. Nonostante le sue pantomime ho osservato oltre il celare e ho riconosciuto il difforme. Credeva che fossi conforme al suo passo compassato ma lo dileggiavo. Le sue castronerie mi han donato la celia del sorriso e come un allievo promettente ho rispettato il mio patto. Ho stipulato un accordo, la concordia con me stesso, con il mio sangue. Nonostante egli sia un delatore, ho messo in pratica la mia esperienza. Si chiedeva come fosse possibile effettuare la teoria senza oltrepassare il posto che ci è stato assegnato. Ha sempre ripudiato l’impossibile. Ebbene il certo è l’impossibile come ragionamento per assurdo e io come un ribelle, un contraddicente, ho valicato il mio posto e ho stretto la mano impossibile. Sono io stesso impossibile. Guarda e vergognati maestro. Osserva con attenzione e rammaricati maestro. L’io non smetterà mai di ringraziarti, senza il tuo esempio non avrei mai potuto immaginare che la teoria non è altro che la pratica. Meglio, la dottrina è l’etica dell’effettuazione delle nostre potenzialità. Io sono condannato. La mia condanna equivale al mio giubilo, sono l’esemplare della genialità come mai si è vista. Ho avvistato e indico l’ingegno con cui riconoscere e applicare la sentenza di morte. Una sentenza di morte intesa come gioia, intendente la letizia. Tu, purtroppo, sei solo dannato con la tua sopravvivenza. Non potrai annullare la finitezza e quando la sorpresa ti ottenebrerà saranno dolori atroci. Una tristezza languida piangente lacrime aride. Non riesco a immaginare la desolazione di lacrime desertificanti un volto scavato dal parossismo di un dolore che finalmente riconosce i propri errori. L’errore di non aver voluto ammettere la contraddizione della vita e la tautologia della morte. Un’ultima cosa, ti ho ripudiato come maestro dal primo momento che ti ho visto. Credevi che ti ammirassi, ti ho da sempre compianto. Sei stato il mio maestro al negativo, ho visto in te ciò che non desideravo che potessi diventare. In questo hai eseguito il tuo compito in una maniera a dir poco mirabile. Sii fiero di ciò che non volendo hai espresso: il disconoscimento dell’esempio. Non crederai, infatti, di essere stato anche se come negativo, un mio modello! Ho rinnegato il tuo agire e da me ho collezionato il mio essere errante. Ho sperimentato i pericoli della coniugazione verbale e del predicato ausiliare. Ho esorcizzato la possessione dell’avere e ho deriso il mio io. Ho litigato con il mio dio e amato il linguaggio. Oltre non posso scrivere, potrei divenir a mia volta maestro. E lungi da me la funzione dell’essere guida. La patente mi è stata sospesa e non potevo auspicare niente di meglio per me e per voi. Credetemi e non rimpiangete ciò che non sarebbe mai potuto essere. Io muoio. Tu sopravvivi.  A chi l’immortalità della dottrina esperita? A chi la concretezza di aver vissuto con l’esperienza e non con gli espedienti? Ai posteri l’ardua sentenza …