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A mio figlio

Non ho avuto tempo. Sfoglio le pagine macchiate dal mio sangue e tra un grumo e l’altro, un rilievo e un’espansione informe, rileggo la mia esperienza. Sono dissanguato e non ancora disidratato. Una lacrima caduca chiazza il foglio e la rigidità in attesa della parola mai intinta nel sangue … l’acre plasmato nella viscosità del consanguineo scorre e tra i flutti e l’anomalia del mio dolore, prosciuga l’unica parola mai vergata: colpa. Sono in colpa, non ho avuto tempo. Avverso all’eternità, nel controverso del senza tempo, ho considerato l’avvenire come una possibilità che potesse giungere da un momento all’altro. Non voglio dirti che fossi in attesa o nella tacita intesa di un’effimera sorpresa che dilatasse il mio presente nella pluralità di una prima persona quasi rovesciata e innumerabile, ma mi sarebbe piaciuto pronunciare il termine all’impersonale e dire: noi. Il presente non è mai addiveniente e nella sua eterna sregolatezza scomunicata ha lacerato le mie ombre, ha adornato la presunta successione di una simultaneità adatta, adeguata agli esercizi di mnemotecnica e mi ha, appunto, ricordato ciò che ho sempre composto al passato prossimo. Sono nel gorgo del trapassato e nonostante il mio seme abbia coltivato la procreazione, l’origine di una relazione in cui il doppio non sia sdoppiamento né raddoppiamento ma l’oppio in cui narcotizzare il piacere creatore, sono qui a piantare la mia dissoluzione. Non ho fatto in tempo, preso dalla mia unicità e dal mio insano egoismo ho preferito assaporare il cadavere del tempo, come pane azzimo l’ho disciolto nel vino della mia filosofia, e vedi caro figlio questo è stato il mio errore … dovevo immaginare che la redenzione e l’espiazione del tempo avrebbero richiesto un corpo in cui poter divenire putrida carne. Troppo preso dal mio participio presente non ho coniugato al tempo la trasfigurazione decomposta ed esso si è preso la sua rivincita. L’oblio è sceso su di me e io ho dimenticato che il tempo ragiona in termini di peccato, vive nell’origine del senso di colpa e ne ha edificato un sistema davvero assoluto, lo spirito del tempo assolto per sé e in sé essente, oltre la vana singolarità della carne, composto in quanto prodromo di una possessione indifferenziata. Avrei voluto scriverti la mia eredità e godere nel vederti consumarla e disfarla nel tuo percorso di disconoscimento … l’unico articolo che forse, è l’augurio che mi tiene ancora in vita, avresti seguito alla lettera: è mangiare di nuovo dall’albero della conoscenza. Parlo al condizionale in quanto la condizione dell’attuazione è levitata sulle ali dell’incondizionato … Perdonami figlio mio se singhiozzo e ti sembro incomprensibile ma l’esondazione è l’unico eccesso che mi svuota. Le mie lacrime sono il mio lascito e l’accesso al tuo mondo … il mio declino sarà il culmine della tua nascita, non permetterò mai che tu sia legato in catene ai fantasmi del sarebbe stato. Tu sei un essente stato e come tale ti si spalancano le porte dell’essere … vorrei esserti stato di ausilio e invece è la tua generosità a essermi ausiliaria … Grazie figlio mio e non temere, non sono divenuto credente o meglio credo nella morte …

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  1. 3 febbraio 2012 alle 5:11 pm

    Aiuto…

    • 3 febbraio 2012 alle 5:30 pm

      … una mano prensile, il pollice opponibile e le altre dita contratte.

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