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L’epitaffio

Il moribondo dispone il proprio lascito. A dispetto delle conversioni parentali, il lascito non è un’eredità attribuita dalla fede genealogica, ma la scrittura privata del moribondo. Il capezzale è il posto che spetta al titolare nella riunione di famiglia, un po’ come il capotavola nei pranzi domenicali. Con la testa sollevata, il moribondo ha la piena visuale della famiglia riunita, il punto di vista consono alla solennità dell’incontro. Egli si assicura che sia presente il segretario di famiglia, di solito un nipote che professa gli studi scolastici, che sia ligio alla scuola dell’obbligo, e con la paternale del miglior futuro contingente, gli consegna, in busta chiusa, il foglio vergine del verbale. A questo punto, è d’obbligo una panoramica sulla famiglia al capezzale del moribondo. La visione, che in realtà è una previsione, della busta chiusa suscita un’agitazione repressa. I membri della famiglia tengono a freno gli interessi personali sul lascito previsto e sulla ridistribuzione dei beni. La famiglia è legata all’idea della frazione di bene. Il bene frazionato in vita dai genitori in base alle esigenze dei figli, esigenze che si elevano alla potenza della speranza e disperazione dei figli dei figli, i nipoti in odore di scuola dell’obbligo. L’obbligo di istruzione al bene distribuito. La redistribuzione, invece, dal punto di vista del capezzale, dovrebbe tener conto del bilancio e della perequazione di speranza e disperazione per agevolare l’universalità del bene. I membri della famiglia confidano nel moribondo affinché si faccia carico del bene universale. Che il massimo del proprio lascito sia il bene universale, e che i nipoti possano affrontare il futuro contingente con la predestinazione al bene universale. Dalla scuola dell’obbligo, dall’istruzione al bene ipotetico, alla categoria del bene universale, cui bisogna far fronte con una determinata spesa, stornata dal lascito. Ma il punto di vista del capezzale non si equipara ai piani piramidali, al contrario è l’apice, il vertice della piramide. Il segretario, latore del segreto, apre la busta chiusa e ne estrae il foglio vergine. Non crede ai propri occhi, l’educazione familiare all’istruzione tende facilmente dalla frazione alla rifrazione, estende la miopia. Con tanto di occhi mostra il foglio privo di calligrafia ai membri riuniti. Ad occhi bassi apprendono il segreto e si rimettono alle parole, se ne saranno enunciate, del moribondo. L’agitazione repressa ha abbandonato il consesso per lasciare posto alla demoralizzazione. La predestinazione del bene è una dottrina adusa alla demoralizzazione. Il moribondo lancia un’occhiata al segretario con il che il segreto è macchiato sul foglio. La scrittura privata attesta la differenza fra il moribondo e il defunto. Il defunto è dislocato in un lotto, raggruppato in una fila e discriminato da un numero. Il nome e il cognome del defunto sono i riferimenti generici cui relazionarsi con l’informazione cimiteriale, il riferimento particolare è la data di morte. Il moribondo è stanco e nauseato dalle file, dalla processione di estetisti o acconciatori, dipende dall’estrazione di primo pelo, che si pavoneggiano nel pettinare la coda dell’informazione. Non ne vuole più sapere, e men che meno permetterà che la coda spazzoli l’anticamera della sua dimora. Il ricordo, poi, è l’adolescenza dell’informazione, la formazione che dava diritto alla promiscuità dell’informazione. Da adolescente aveva superato con tanto di plauso, il corso di formazione, e al rilascio del certificato era nel pieno della campagna d’informazione. Abile e arruolabile, era informato su quel che lo circondava. Il circondario era l’agenda su cui segnava l’informazione. Informato, aveva passato le informazioni ad una bella informata, e dopo averne garantito la serietà si erano conformati. La conformazione si era, dipoi, accresciuta nella famiglia. Tutto era tenuto a conoscenza. Altri tempi, inoltrati. Da cui, niente fotografie di un tempo inoltrato, niente trasformismi alle informative sul defunto. Il segreto del moribondo è nella scrittura privata. Scrittura privata della data di nascita e della data di morte, l’iscrizione con cui i viventi si cimentano nel calcolo degli anni e nel compatimento se il numero risultato è sotto la media del vissuto o con coinvolgimento appassionato se il numero è oltre la media del vissuto. Il moribondo lascia detto e provvede la scrittura di un epitaffio. Del proprio epitaffio. Il moribondo è colui che provvede al proprio epitaffio in scrittura. Prima detta l’epigramma al segretario, dipoi ne prega la lettura ad alta voce. Incitare e citare. Se soddisfatto dell’epi, ne richiede la copia autenticata nell’epitaffio. Viceversa, se insoddisfatto, cassa il necessario, emenda il superfluo, muta la parola chiave con il chiavistello del sinonimo o con la serratura a doppia mandata del contrario, depenna il superfluo e rettifica il necessario. La modificazione dell’epigramma in epitaffio. Il moribondo è morto, non trapassato.

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