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Archive for marzo 2011

Il ludione

Diavolo, disse Cartesio. Ho rimediato il soggetto delle dispute filosofiche, ne ho rimediato la specificazione dell’io, il Dio triangolo rettangolo, e ebbene? L’argomento del genio maligno ritorna come se non ne avessi chiarito la sussistenza. Certo che no, io parlo e scrivo di essenza ed esistenza, mai di sussistenza. Se fossi costretto ad emendare la sussistenza del cogito dovrei porre l’ammenda dell’estensione, ovvero l’estensione situata in un divieto di sosta per la res cogitans, e l’impugnazione del divieto mendace, in quanto al cogito spetta la regolazione del piano d’arresto. La chiarificazione della sosta extensa consiste nella luce alogena della res cogitans. Ma nel bene, andiamo oltre e cerchiamo un luogo di sosta nei pressi della nostra dimora, la dimora della sussistenza. Non posso far sussistere l’argomento del genio maligno nella bestemmia, così come non posso far sussistere la prova ontologia con il linguaggio della preghiera. La preghiera è un’eco del cogito che si espande alla tensione di Dio. Dio, la sostanza infinita, perfetta e intelligente, è tensione, così come è il rogito dell’io; la res cogitans è attestata dal rogito e la res extensa è l’estensione di Dio limitata alla materia dell’uomo, materia che, nell’uomo, è extensa, ovvero non possiede tensione. La bestemmia è l’inganno consapevole, invero ho compreso di essermi ingannato e bestemmio contro il rogito, perché mai non mi ha avvertito della fallacia dell’atto o dell’idea infedele? Bestemmio contro il rogato per aver erogato e dato seguito al mio atto ingannato. Ingannevole è il rogato, ingannato l’erogato. Il raggiro dell’io nel girotondo di Dio. Ma la sussistenza è fuori stanza dal linguaggio. Il linguaggio è la risonanza del cogito nell’estensione, il cogito si estende nella res extensa tramite le corde vocali e i gesti del corpo, il linguaggio è la prova dialogica della corrispondenza pensante ed estesa. Quindi, nella preghiera e nella bestemmia rintraccio la chiarezza di una corrispondenza, il mittente pensante e il destinatario esteso, quasi il destino della res extensa in attesa dell’epistola e pronta a replicare, rispondere alle sollecitudini del cogito. Ma la sussistenza? La via più facile mi condurrebbe a far sussistere la res extensa come una propagazione delle onde pensanti, come la vibrazione dell’estensione sotto l’influsso del gorgheggio pensante, la sussistenza del pensante sull’esteso tramite la conversazione linguistica, sussistenza che converte l’estensione al pensiero, sempre nei limiti della res ex-tensa e non nella perfezione della tensione divina. La via più facile conduce al luogo del suvvia, suvvia lasciamo questo luogo, è facile che ci si smarrisca. Il difficile è ritrovarlo, il luogo del suvvia, il luogo della sussistenza. Vi è mai capitato, cari lettori, di ascoltare nel far del sonno, i rumori dell’arredamento? Gli scricchiolii del mobile o il tossire dell’ambiente domestico? Sono la cacofonia dell’estensione che ingiunge la tensione della res cogitans? Ebbene, nel dubbio, non sussistono. L’argomento del genio maligno mi fa dubitare di tutto, ma nel dubbio non posso dubitare del ma, nel dubbio la certezza è il ma, il ma avversativo e, dunque, sono certo del ma. Il ma come avversativo, si oppone al dubbio, limita il dubbio e congiunge al dubbio il ma che ne fa seguito, a seguito del dubbio, a seguito dell’argomento del genio maligno, il bensì. Al ma avversativo consegue il bensì del ludione, il bensì che fa luce su ciò che consegue dal dubbio. Dal dubbio, dall’ubbia privativa del genio maligno all’indubbio del bensì, al ludione che nel bensì fa seguire l’indubbio al dubbio. È indubbio che il ludione sia una certezza, dalla precipitazione nel dubbio all’elevazione nell’indubbio, è indubbio che al dubbio faccia seguito il bensì. La prova alogena del ludione è racchiusa nella sussistenza. Il bensì sussiste al ma avversativo. Nel verso del dubbio che conversa con la materia, che riversa il linguaggio nella materia e che converte la materia al cogito, nel verso del soggetto insiste il ma, il ma avversativo. L’avversione al dubbio del ma sussiste nel bensì dell’indubbio. Al ma sussiste il bensì, l’assoggettato. La prova alogena della sussistenza del ludione è nel bensì controverso, contro il verso del dubbio e nel verso dell’indubbio. Lo sprofondamento del soggetto e la risalita dell’assoggettato, il ludione. Il dubbio del soggetto è indubbio, assoggettato. Il ludione sussiste al genio maligno, come l’indubbio sussiste al dubbio. 

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Lo strapazzo

In maniche di camicia lo sfollagente stiracchia gli arti superiori. L’articolazione delle braccia si spande da un minimo di novanta gradi ad un massimo di centottanta gradi. L’angolo retto e l’angolo piatto dell’articolazione. Gli avambracci distendono il segmento e diminuiscono la distanza dalla figura adiacente. I polsi prendono sul serio la geometria bidimensionale dell’area da coprire e le mani, con la palma, tracciano un perimetro, con il dorso, occupano l’area. Lo sfollagente urta le figure sottobraccio. Due o più figure sottobraccio, con un’articolazione inferiore al minimo dell’angolo retto, alla minima rettitudine, sono sospette. L’angolo giro non può essere ricavato dalla somma degli angoli sottobraccio e lo sfollagente se ne adonta. Ad onta della sua rettitudine e della piattezza, che a buona intesa sono parte di una coppia di sfollagente, urta le figure prive del senso della misura, di ogni senso della dismisura e, con un’articolazione di un quarto di circonferenza, accerchia i sottobraccio. Un quarto di circonferenza accerchia facilmente un ottavo di circonferenza. Il retto, lo sfollagente prende il goniometro di ordinanza e tira per i gomiti le articolazioni degli angoli acuti. Non si smussano gli spigoli, ma si aguzzano le semirette dell’articolazione per commisurare gli angoli retti. Sul piano non è figurato il sottobraccio, ma gli angoli retti e piatti per completare l’angolo giro. Alle figure è consentito andare in giro, sottoforma retta o piatta, mai sottobraccio, gli angoli si corromperebbero e il piano geometrico sfigurerebbe. La folla si accalca, le figure sottobraccio completano il piano pur eccependo l’angolo giro. Dissimulano l’angolo giro con la spirale sottobraccio e lo sfollagente ne è tagliato fuori, vorrebbe attenersi alla tangente ma la spirale non si presta. La spirale sottobraccio si avvolge intorno alla folla e si allontana dallo sfollagente. L’angolo giro degenera e si rigenera il senso della dismisura degli angoli. Le figure sottobraccio danno di gomito alle figure angolari, le figure che avvalorano la gradazione degli angoli nella circonferenza del giro. Il piano del giro è una circonferenza graduata che avvalora l’angolazione delle figure. Le figure angolari convalidano l’angolo giro e si rivolgono allo sfollagente per l’inferenza del cerchio, per accerchiare. Dal coprifuoco, lo sfollagente calcola come disperdere, allineare alla retta, la parabola della folla. Le figure sottobraccio, con i gomiti angolati attirano le figure angolari, la dissimulazione dell’angolo giro nella simulazione di una spirale forma una spirale iperbolica e non l’ellisse, concessione del goniometro alla degradazione. Lo sfollagente è un asintoto della spirale iperbolica. Non accerchia e nell’emulazione dell’articolazione retta, nell’emulazione di una retta, di una tangente al cerchio, può solo corrispondere alla retta asintotica. La spirale iperbolica è impalpabile allo sfollagente in maniche di camicia. La folla angolata e sottobraccio tiene il polso della situazione e tasta il polso all’angolo giro. Si allontana dal centro del goniometro e occupa per intero il piano geometrico. La folla è una ingente figura sottobraccio che si tiene per i polsi delle camicie, allacciata dai gemelli. Le figure sottobraccio si allacciano con dei gemelli, si tengono per i polsini della camicia con la coppia di gemelli e sono figure gemelle nell’approssimazione angolare. Le figure angolari devono attenersi all’esatta gradualità del goniometro per non degradare nell’ellisse, le figure sottobraccio, invece, sono gemellari e approssimative. In coda alla spirale, alle figure sottobraccio, disarticolato procede lo strapazzo. Né in maniche di camicia, né allacciato per i polsini dai gemelli, lo strapazzo indossa la camicia di forza, non ha le maniche con cui articolare l’angolazione del giro, ha le mani legate e non ha le maniche che terminano con dei polsini da allacciare con dei gemelli, ha le mani libere. Lo strapazzo sgualcisce la camicia, non s’inscrive nel piano geometrico con il sistema delle coordinate polari, ma segue la spirale, segue i bracci della spirale, segue la curva della spirale come un punto di sospensione. Indossa una camicia inalienabile.

Meteo

Rivolgo gli occhi al cielo. Sono coinvolto, come uno scoglio, nell’infrangibile. Il mare, in mia presenza, alza la cresta. Percepisce un agente esterno, un ostacolo che si frappone alla costa. Il fondale è una superficie terrestre inondata. Sotterrato sotto un volume di acque e sommerso da una mota, impermeabile alle esondazioni, il fondale non è la profondità della terra inaccessibile ad un corpo umano privo del suffisso sub, il corpo subacqueo. È la superficie della terra inficiata dalle acque. Interrata come uno sfondo. La massa d’acqua ad un corpo acqueo è trasparente, fin dove il corpo percepisce le proprie estremità immerse. Se immergo un piede nell’acqua, l’occhio lo vede in trasparenza, ma il subcorpo è torbido e il fondale diviene sfondo. Delle acque prive di fondo. L’oscurità subacquea estende in profondità la superficie, superficie priva di fondo, superficie sullo sfondo. La superficie elevata dal fondo. Il profondo, la distanza del fondo, àncora la superficie alla profondità del fondale. Subisso di acqua e dal punto di vista della superficie elevata, uno sfondo. Un fondo profondo e, dunque, sfondo. Uno sfondo alla deriva che, nella trasparenza dell’acqua, nel terracqueo, profonde il territorio su una deterritorializzazione dell’acqua. Lo sfondo alla deriva dà fondo alle acque fin sulla riva, dove il fondale è superficiale. È superficie non inficiata dalla profondità. Il corpo affonda, non è un corpo subacqueo, affonda in superficie. La deriva della superficie nella profondità del fondale, nello sfondo, a riva affonda nel superficiale, nella superficie in cui affonda il corpo acqueo. La profondità è un epifenomeno della superficie. Il meteo della profondità, dello sguardo rivolto in basso, è Epimeteo. La superficie terrestre inondata, la riva, è la spiaggia su cui l’acqua fa da sfondo. La costa riconsegna lo sfondo profondo al fondo di terra. L’infrangibile, il mare, s’infrange sulla superficie terrestre. E come ostacolo percepisce un corpo, e alza la cresta. Il corpo, sulla superficie, percepisce l’orizzonte e nuota. La curva che unisce in un contatto degli spazi, lo spazio acqueo e lo spazio celeste, è la meta del corpo acqueo. Rivolge gli occhi al cielo e nella profondità dell’atmosfera riconosce la superficie della sfera terrestre. Il cielo è la superficie terrestre, o la supereffigie terrestre, oltre l’effigie della terra. Oltre l’effigie della terra, oltre la curva che, intatta, allinea lo spazio acqueo e lo spazio celeste, oltre lo sguardo rivolto al cielo, c’è la supereffigie terrestre. Lo sguardo dell’orizzonte, lo sguardo verticale, si rivolge di un grado verso la superficie, dopo essersi rivolto di un grado verso la profondità e percepisce la supereffigie. Il cielo è la superficie del vapore della sfera. La superficie affonda nelle profondità dell’atmosfera, negli strati dell’atmosfera. Lo strato traslato della superficie, la troposfera; lo strato che misura la profondità dell’atmosfera, che raddoppia lo strato, la stratosfera; lo strato intermedio, la mesosfera; lo strato corrispondente alle altezze della temperatura, la termosfera e lo strato più esterno, appunto, l’esosfera. Il vapore della sfera, l’atmosfera, in riva agli strati, si allinea alla deriva dell’orizzonte e disegna la curva della sfera. La profondità dell’atmosfera non è un fondale privo di fondo, uno sfondo, è una stratificazione, strati sovrapposti alla curva della supereffigie. Curva che si ritrova nei singoli strati e oltre l’esosfera, appunto, curva della sfera. Superficie che è nei singoli strati dell’atmosfera e per di più nella stratificazione. In riva al mare il cielo è la supereffigie della superficie, il doppio strato della superficie, terracquea e terrestre. Con lo sguardo rivolto al cielo, il corpo in effigie osserva la supereffigie, la superficie della sfera terrestre. La stratificazione, la profondità superficiale dell’atmosfera è un pro-fenomeno della supereffigie. Il meteo della supereffigie, dello sguardo rivolto in alto, è Prometeo. La profondità e la superficie terracquee, la supereffigie e gli strati dell’atmosfera, il meteo in superficie e il meteo stratificato, la supereffigie di Prometeo e la superficie di Epimeteo, disegnano la curva della sfera terrestre.

Aion

L’estemporaneo non ha alcun appuntamento. L’agenda dell’estemporaneo è di formato tascabile, solo che le tasche dell’abito sono scucite e l’agenda è un oggetto smarrito. L’abitudine a consultare il quotidiano nel giornaliero delle pagine di un’agenda è confutata dalla lacerazione dell’abito. L’abito da giorno è sdrucito dalla replica del quotidiano. L’agenda smarrita è uno strappo nel quotidiano, uno squarcio nel tessuto dell’abito, nelle abitudini intessute, da richiedere l’intervento del sarto o di una toppa. La toppa che applica allo strappo del quotidiano lo straccio del rimedio, un abito che da giorno è il brandello di un giorno o, nel ricordo d’uso della replica, il brandello di due o tre giorni. Il sarto imbastisce l’abitudine su misura dell’epidermide anallergica. Le prove allergiche adattano il sebo. Il sebo è ciò su cui scivola l’abitudine, ciò che permette di dire che l’abitudine è ben portata. Il promemoria non ha memoria, nella precedenza della memoria, nella memoria precedente non c’è alcun riferimento, alcun termine a cui la memoria possa rinviare, a cui la memoria possa cedere il passo in segno di educazione al quotidiano, da cui la memoria possa svilupparsi in memore. La memoria non è ripassata. Il memore abbisogna del termine, del riferimento della memoria per estenderne il ricordo nell’accordo con il presente. Il memore ripassa l’appunto e mette un punto al periodo, i due punti del presente. Il memore è presente quando è stata presentata la memoria. La precauzione del memore che, come cauzione del ricordo, richiede la presentazione. In assenza di memoria non c’è presentazione del memore che possa affermare di avere già fatto le presentazioni, di aver assegnato un protocollo alla presentazione. L’immemore estemporaneo non ha alcun appuntamento e pertanto, è puntuale. L’estemporaneo improvvisa il proprio tempo, comincia la declinazione del tempo con la locuzione all’improvviso. L’improvvisazione dell’estemporaneo è sempre un’azione puntuale nel tempo. Non conosce l’inclinazione al ritardo o l’anticipo reclinabile. Più che altro è riconosciuta dall’altro come puntuale. L’estemporaneo incontra l’altro, il temporaneo. Il temporaneo è il memore di un appuntamento. Si è consegnato all’allarme di un multimedia per non dimenticare l’impegno preso. Al primo appuntamento è buona educazione non tardare, la serialità degli appuntamenti, poi, comporterà la diluzione dei minuti. L’allarme, salvato con un leggero anticipo sul tempo dell’appuntamento, l’anticipo è relativo alle abitudini del temporaneo, al tempo necessario all’abolizione della distanza; stordisce e rimette sull’attenti il tempo, l’etichetta del tempo. Il temporaneo riprende coscienza del tempo non ancora perso e, nell’equidistanza dal tempo perso, non vuole macchiarsi di un neo sul proprio tempo, è giusto in tempo. L’estemporaneo è puntuale, il temporaneo non ne è sorpreso, ma la buona conversazione, che spesso non è mai conversione di tempo, vuole che si sottolinei la puntualità dell’avventore. L’estemporaneo ne è sbalordito, come meravigliosa è la risposta che sventa la puntualità della domanda: avevamo un appuntamento noialtri? Il temporaneo strabilia la propria impresa, la corsa contro il tempo, il suo andare nel tempo. Stupisce il tempo a venire e dà tempo al tempo. Comprende il tempo dell’estemporaneo e l’appuntamento dei due tempisti muta in un incontro dei contemporanei. I noialtri sono i contemporanei del tempo privo di appunti, del tempo dell’incontro che, a dire dei temporanei, è un tempo spuntato. L’estemporaneo concorda con il contemporaneo e il tempo privo di temporaneità è il tempo in tempo. L’estemporaneo percepisce uno strumento al polso del temporaneo, l’orologio. Il temporaneo, che nel fra tempo, è divenuto contemporaneo ne spiega l’uso. L’orologio è la lettura dell’ora, legge l’ora in tempo, segnala ora sei in tempo, ora sei in anticipo, ora sarai in ritardo. L’orologio è l’in tempo privo del tempo, sostituisce l’ora al tempo. Non il tempo in tempo, ma l’ora in tempo. L’ora circolare nel quadrante dell’in tempo. L’estemporaneo dà del buontempone al contemporaneo e gli accorda il tempismo di chi vuol dare corso al ciclo di un sistema, il sistema del tempora. Nel momento in cui il contemporaneo sfila l’orologio per deporlo come cimelio del passato e metro di un tempo cronologico, l’orologio con la funzione di cronografo, l’estemporaneo ne raccoglie la giacenza. Ne percepisce le lancette, dalle tre ordinarie alle tre di precisione e, poi, riflette il vetro di protezione del quadrante. L’estemporaneo intraprende l’aion e lo pone a contatto con il vetro di protezione, poi lo stacca dal tempo di precisione per leggerne la misurazione. Il quadrante segna lo spostamento della lancetta ordinaria, lunga e sottile. L’estemporaneo non si raccapezza, è invertito, poi osserva con più attenzione, indugia e il vetro riflette la noia. Il cronografo si protegge dall’aion con il riflesso della noia.

Sana e robusta costituzione

L’attività fisica è mutuata in un ambulatorio. L’attore si reca nel locale e passeggia. Cammina nell’ambiente della visita e mostra come i muscoli tengano il passo della fisica, in orario. L’orario di visita della fisica è riportato su un diagramma tenotomico. L’attività agonistica non predilige il locale, si svolge nell’agone e richiede che all’attore corrispondano degli spettatori sedentari che lo incitino. Nell’agone l’attività è incitazione a che i muscoli dell’attore non tengano il passo della fisica ma lo anticipino, siano un passo avanti. L’agonista deve giungere in anticipo sulla fisica, adatto agli strumenti di precisione che assegnano il tempo effettivo di un’attività, deve fare in modo che l’effetto sia una risultanza della causa, un esercizio delle cause, perfezionato dalle concause. Gli spettatori, nell’incitazione, sono pronti ad attestare la legge dell’agone fisico, la legge agonistica e a citarla nelle riviste specializzate. Gli spettatori redigono le testimonianze con il paradigma del plauso pubblico spronato dallo strumento di precisione. Il tempo effettivo, il tempo di un effetto segnato, riportato dagli strumenti di precisione e comparato all’esperienza agonistica arretrata, è il riscontro di una posizione in anticipo sulla fisica, di un effetto un passo avanti alla causa. La convalida di un principio nell’acclamazione del pubblico che ne chiede quasi una ripetizione, un seguito, la conseguenza dell’attività agonistica. L’attività agonistica è commutata nell’agone. L’attività fisica è per lo più per lo spareggio. L’attore è al passo della fisica, tiene il passo dell’atleta. Pareggia gli esercizi dell’atleta con il respiro. Il passo nel locale è misurato da uno stetoscopio. L’attore è seduto con le gambe sospese su un lettino. Le muove a passo di marcia, come se stesse marciando sul vapore acqueo. Il sanitarista mansuefà, prima batte con le dita le parti in compendio, il prospetto della schiena e poi, vi appone la placca metallica dello stetoscopio. Ausculta il riverbero dell’aria, la diffusione dell’aria tra gli alveoli e le stalattiti delle polveri sottili e le stalagmiti dei fumi passivi. Un numero dirige il traffico dell’aria inspirata ed è il numero trentatré. Il sanitarista chiede all’attore di seguire le indicazioni del tre sdoppiato e di mettere l’accento sulla seconda unità del tre, considerando che la prima si è estesa in decine. Il trentatré orchestra l’espansione polmonare con il filtro dell’inspirazione per poi eseguire la fonia dell’aria nell’espirazione del doppio. L’amplificazione dello stetoscopio si flette nei padiglioni auricolari del sanitarista. Il responso della prima esecuzione deriva dall’espansione dell’aria nei padiglioni, se l’aria assume una forma ovattata a mo’ di goccia l’attore fallisce la prova e l’esecuzione è un disastro, se l’aria riempie la camera d’aria del padiglione la prova e l’esecuzione reclamano il successo, l’esito. È il respiro che recita nell’attore il passo senza sforzo dell’atleta. L’atleta si esercita nella traspirazione e l’attore recita, nell’inspirazione e nell’espirazione, la doppia cifra del passo senza sforzo. È come un passo a due che accenta la seconda cifra dell’atleta come traspirazione e che estende, nelle decine, la prima cifra d’inspirazione ed espirazione. Lo spareggio tra l’attore e l’atleta avviene all’ultimo respiro. È uno spareggio che pareggia l’ampio respiro dell’attività fisica. È uno spareggio che analizza il disavanzo del passo dell’atleta sul passo dell’attore, o viceversa. L’agonista anticipa la fisica, l’attore pareggia la fisica. Rispetto all’attività agonistica l’attività fisica occupa una posizione arretrata nel campo della fisica. Ma al pari dell’atleta, l’attore spareggia l’attività per mettere in atto l’ampio respiro della fisica. L’attività fisica nel locale deambula in uno spazio dove vige la legge della respirazione, l’attività agonistica si svolge in un agone dove evince l’aspirazione ad anticipare la fisica. Il sanitarista non redige un articolo che attesti il paradigma del plauso pubblico, dà un’occhiata al diagramma tenotomico e cronometra l’orario di visita della fisica; sottoscrive un appunto, un’annotazione, un promemoria, una gnosi di sana e robusta costituzione.

L’eletto

I duttili, rappresentanti della terra, aprono la campagna elettorale con la distribuzione dei vasi. La propaganda si diffonde con le donazioni dei vasai. I prodotti dell’artigianato, recipienti in argilla, sono distribuiti tra gli aventi diritto di scottatura. Gli scottati li ripongono sul piano decorativo o come avello per i fiori strappati alla terra. Estirpare dall’aiuola la vocale della persuasione. Il convincimento consonante al motto seguirà il rinsecchire dei fiori. Quando l’acqua raggiunge la temperatura di ebollizione, non per l’arsura del clima ma per un passaggio di stato, un passaggio di consegne, gli scottati scaraventano in terra i vasi, dopo aver sbriciolato i fiori appassiti. I frammenti, i cocci sovrastano il pavimento, si profilano nell’ambiente domestico. L’avente diritto di scottatura li raccoglie e li consegna ai riavutisi dalle bruciature e insieme si recano alla fornace della rappresentanza. Sui cocci, sui frammenti di vaso si evade il proprio dovere di rappresentato e si formula il rappresentante della terra. Il suffragio si svolge in una ambiente surriscaldato. Il suffragio è segreto. La forma del coccio è una forma difforme. Il segreto della forma è appannaggio del frammento. Il frammento forma il suffragio. La forma del frammento suffraga la rappresentazione. La formula della rappresentanza consegna la forma difforme alla forma conforme. Il vaso appartato sul piano decorativo ha assorbito la decomposizione, il disseccarsi del fiore strappato alla terra e nel frantumarsi ne ha rilasciato l’olezzo di uno sbocciare passato. I vasai lavorano l’argilla e con la manodopera tentano di decifrare gli arcani della sedimentazione. Non divulgano i segreti del mestiere, sono i presenti alla colorazione dopo la cottura. Le donazioni propagandano lo spettro cromatico in cui risalterà la tinta del decotto. I rappresentanti della terra articolano il programma della tinta sulla maggiore visibilità in terra. La visione d’insieme avrà, se il duttile vincesse il suffragio, un’evidenza della tale tinta. La presentazione della tinta avviene in una fucina, sia per mantenere alta l’attenzione degli scottati agli ambienti surriscaldati, sia per avvalorare la fotorecezione della tinta sul metallo e non influenzarne la ricezione sulla terracotta. La propaganda è colorita, i duttili fanno appello alla resistenza della tinta alle alte temperature e alle pressioni esterne, la purezza della tinta avvalora la durata della rappresentanza; i duroni si richiamano all’impermeabilità della tinta, una tinta su cui lo spettro cromatico scivola, una tinta garante della visione d’insieme e dell’affresco. Un affresco che non sfumerà mai nel grigiore della rappresentanza duratura, la litografia di un quadro d’insieme. Gli indotti si affidano alla tinta rivoluzionaria, la tinta che si rigenera da sé, una tinta che girovaga attorno alla visione d’insieme donandole una forte tinta, la revisione della tinta. Gli scottati, che han raccolto i vasi appena sfornaciati senza attendere il tempo necessario al consolidamento, sicché si ritrovano con delle piaghe nelle palme delle mani, sono estinti. I riavutisi dalla bruciatura sono propensi a frantumare il vaso, ricevuto per contrassegno, e a recare il coccio al tornio; sono intinti. Sia gli estinti che gli intinti sono mossi dal segreto, gli uni desidererebbero estinguere il segreto, gli altri intingersi di mistero. Il segreto è l’efficienza del suffragio che seconda la causa formale del frammento. La scala cromatica è la disposizione dei cocci sul mosaico del mistero, dai sondaggisti adeguato alla terminologia del mosaico dell’enigma. I sondaggisti sono gli imbrattatori, spargono i colori per cospargere il suffragio del colore più in voga. Il riconoscimento del suffragio avviene con la visione del coccio, il segreto non è la formula, la formula del coccio, non vi è alcuna formulazione, non è offerto al suffragista alcun formulario con cui raccogliere il frammento. Il suffragista riavutosi dalla bruciatura, ne ha passate di tutti i colori, intinge il coccio nelle piaghe delle palme e modella la preferenza del colore, ne estingue la formula, il segreto del suffragio è in piena vista appena è consegnato al tornitore, che diventa di tutti i colori. La combinazione di tutti i colori. Il frammento spogliato della tinta è pregno del colore tornito. L’eletto è il riformato dal suffragio.  

Il cosiffatto

Nel quotidiano il fatto esaurisce la dose d’indipendenza. La festa, in rosso come l’allarme che incalza verso l’uscita d’emergenza, calza l’occasione e invoglia al ballo. Il festivo non ne vuol sapere dei fatti e si rivolge al ricevimento dei passi. Il fatto è l’ordinario a tutti gli effetti. Il pericolo della noia, causa del fatto, è agghindato e l’evasione circoscritta alla pista. L’apripista affonda le piante dei piedi nella memoria dei passi e consegna il ballo alle mani protese. Il pistillo non attende altro e estende le proprie mani sulle mani dilungate. Si affida alla memoria dei passi dell’apripista e il ricordo del ballo si sviluppa in punta di piedi. Il ballo deve attenersi al tempo passato. All’uscita d’emergenza i passi da compiere sono pochi, l’importante è confidare nella memoria di una fuga dal quotidiano. La festa è il rossore del pistillo al contatto, passo su passo, con l’apripista, il compasso delle gambe sulla pista circoscritta. La festa è il dì della pendenza. Pende verso un cimento nell’intraprendenza al compasso e dipende dall’uscita d’emergenza. La dipendenza del quotidiano è stupefacente. Lo stupefatto emerge dal dì di festa nel quotidiano dipendente. Preso di peso e prolungato nell’iperbole del circoscritto, si ritrova appiattito nella parabola del fatto. Il fuoco del compasso è estinto e il piano emerso è un piano vergine. Il fatto è cerchiato, comporta un cerchio alla testa del fatto compiuto, un cerchio conico che dovrebbe mettere al sicuro i piedi, un cono rovesciato in piedi. Il cono è al suo apice e non si regge in piedi. Il fatto non è ancora compiuto, è un fatto indipendente. Gli afflati ellittici lo allontanano dall’incendio circoscritto e lo rimandano sulla retta via. Ma il fuoco del fatto divampa e fa strada al fatto. Insegue le molecole di ossigeno per rammemorare lo stupefatto. La strada è bruciata sotto vari acceleranti e il fatto giunge quasi al compimento. Lo spaccio è il dolo della fiamma stupefatta, del fuoco annerito. Lo spaccio distribuisce le dosi di dipendenza in ovuli di cenere. Avviene un curioso fenomeno, il fatto incompiuto ha una temperatura critica, un calore che tiene sulle corde, che tende e non estende il fatto astenuto, ma nel momento in cui riceve la dose incenerita la temperatura cala drasticamente per il refrigerio del fatto da compiere. L’esaurimento della dipendenza dalla dose attesta il fatto compiuto e la temperatura è stabile, il fatto è stupefatto e il cono è in piedi, si tiene in piedi sull’apice. Lo stupefatto rammenta i passi di ballo ma non affonda nella memoria circoscritta, è quasi sospeso sulla superficie di una ciclopista, levita sulla pista di transito. Sente di andare gambe all’aria, di cadere in piedi. Allora, punta i piedi ed è investito da rimproveri, sta tra i piedi dei bipedi. Lo stupefatto non ha memoria e si sposta. Pesta uno dei bipedi, altri rimbrotti, non riesce a togliersi dai piedi e, più che darsi la zappa sui piedi, decide, su due piedi, di prendere piede. Ma la ciclopista non ha nulla della pista circoscritta. La dipendenza del quotidiano si esaurisce e lo stupefatto trema al pensiero del fatto. Il pensiero del fatto rizza i peli dello stupefatto, i brividi di uno stupefatto cutaneo, dalla pelle d’oca. Rincorre gli acceleranti, il fuoco annerito e consegue il dolo della fiamma stupefatta. Un frammento di memoria scintilla e lo stupefatto è in flagranza di appiccare il fatto compiuto. Altresì si ritrova sulla ciclopista e da stupefatto sfuma in assuefatto. L’assuefatto è ignifugo, ritarda la memoria del fuoco del compasso e alimenta in dosi maggiori la dipendenza del quotidiano. Ha bisogno di un quantitativo di accelerante maggiore per ricordare non la pista circoscritta ma la ciclopista. La memoria non è circoscritta, ma nel ciclo di transito assuefatto. Il frammento di memoria nel fatto compiuto è la memoria a parte della ciclopista, la memoria a parte del segreto dell’oblio e che rinvigorisce nel simulacro della pista circoscritta, la ciclopista, il transito dalla memoria circoscritta al ciclo della memoria. Tra una dose e l’altra del quotidiano, lo stupefatto si astiene dal fatto, e la rammemorazione dei passi si fa largo nella memoria con la forza del pianto, un agente estinguente. Lo stupefatto è piantato in asso dal quotidiano e si radica nel dì della pendenza. È rannicchiato in un angolo dello scrittoio e si tiene i fianchi per non rovesciare il cono in piedi. I piedi non sono al sicuro e il fatto astenuto lo rende passibile di un fatto da compiere. Non riesce a trattenere le lacrime del dì della pendenza e pendente su un fianco, rincorre gli acceleranti del dolo annerito. L’ustione del fatto, agente estinguente e agente infiammante. Appena stupefatto riprende la ciclopista e il transito dei frammenti di memoria in simulacro. L’accelerante, quotidiano dopo quotidiano, richiede una quantità sempre maggiore, al limite del naufragio da foga di annegamento, e lo stupefatto rischia la meraviglia. La meraviglia dell’overdose, della dose in eccesso di memoria, della dose nell’iperbole del circoscritto, nella parabola del fatto e nel cono di base circolare, in piedi sul cerchio. Il ciclo della pista e lo scritto circolare sono le impronte, la rotazione delle orme dei passi compiuti dallo stupefatto, passi segnati nella memoria dei fatti. Il dì della pendenza e il quotidiano in dosi assuefatte si astengono dalla meraviglia. La meraviglia è la vigilia perenne del quotidiano e l’antivigilia del dì della pendenza. Lo stupefatto nella meraviglia ricorda, ricorda lo spasso, il così del fatto. Nello spasso si esaurisce la dose di dipendenza dal quotidiano, ancorché se ne portino i segni sulle piante dei piedi.