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I rappresentanti di piazza

La piazza è il luogo cartografico posto davanti agli occhi. I cercatori di visibilità scendono in piazza. Navigati, districano l’incrocio dei topoi, controcorrenti ai venti di piazza, alle masse in aria di dimostrazione pubblica. Il topos del disimpegno obbliga i ricercati al centro dell’attenzione. Le ore propizie attendono l’idoneità dell’osservazione. L’appuntamento consuma le ore inopportune. Dalle strade limitrofe i ricercati giungono a destinazione. Con il senno di poi sono persuasi di aver compiuto il proprio destino. Sono sempre in numero dispari, si riuniscono in disparità. Il ricercato non è pari a nessuno. Dopo il saluto di convenienza, il bacio di riconoscimento e la stretta di mano di riconoscenza, il contatto li tratta da adiacenti, sono piazzati. I piazzati sbadigliano sull’intempestività delle ore precedenti. La precedenza tende a equiparare il ricercato all’indesiderato. Nel mentre degli impegni precedenti, l’indesiderato si adegua alla manutenzione del rimedio. Istruito all’esecuzione del piano regolatore, l’indesiderato rimedia agli spazi larghi con le concessioni edilizie. È occupato, l’indesiderato occupa un luogo prefissato. La manutenzione della città a passo d’uomo, percorribile da un capo all’altro con la comodità degli spazi ristretti, impone la compressione degli spazi chiusi. La vivibilità di un luogo, per l’amministrazione, è pari alla chiusura degli spazi. Il beneplacito amministrativo è il benessere dei cittadini, rimpiazzati da un salvacondotto per le zone a spazio limitato. Tutto deve avvenire al chiuso dell’ambiente, e non alla luce del sole di piazza. Gli indesiderati ricevono i moduli di richiesta consegnati dai rinchiusi, dai rimpiazzati, e li approvano, per poi accumularli su un piano occultato alla vista. Le domande abbondano e le risposte si lasciano attendere. In piazza si ragguagliano sul numero di domande certificato nell’intempestività delle consegne. Una consegna intempestiva delimita lo spazio da tempestare di licenze ermetiche. Le ore intempestive danno un che di inevaso all’ordine del rimedio. Si avvertono i rimpiazzati che le domande di edificazione in uno spazio libero non avranno carattere etico, più o meno che mai affinità estetiche, si adegueranno al giudizio dell’amministrazione concernente lo spazio da empire. I ricercati prediligono gli spazi aperti, le distese di sguardo, la distensione delle chiacchiere, la dilatazione dei gesti. Si siedono in circolo, ai piedi di una statua ignota. È architettonico che le piazze siano sorvegliate dal marmo di un grande uomo. Si guardano l’un l’altro e poi riguardano intorno. Hanno da compiere un destino e da evadere il rimedio. In piedi raggiungono l’orlo della piazza, dove le prime concessioni edilizie abusano dello spazio. Il condono dello spazio ristretto. La piazza ignota tende a mutare in un largo noto. Un passaparola si è sparso nella quadratura del cerchio, armare il destino. I cercatori di visibilità sono muniti di picconi e piccozze e con una cadenza ritmica che si attiene alla tonalità dei clacson, le arterie spiazzate sono trafficate, abbattono l’estensione dello spazio sull’abusivismo dell’ambiente chiuso. La piazza sembra riprendere il respiro dopo averlo trattenuto per non occupare troppo spazio. Lo spazio chiuso, pronto a mutare in largo, ridiviene slargo. La piazza connota gli ampi spazi. La piazza denota lo spazio spazzato via. Il fervore del lavorio spaziale e del ritmo di percussione ha distratto i cercatori di visibilità dal diradarsi del traffico. Le forze del rimedio hanno percepito il suono delle piccozze, il frastuono dei picconi e, anche grazie alla visibilità riacquistata dallo slargo, accorrono nello spazio aperto. Le forze del rimedio spiazzate dalle plurali piazze, misure della posizione sull’orizzonte, oltreché dalla piazza pulita, vorrebbero restringerne il perimetro, con la formazione in assetto extrametrico. I cercatori assumono lo status di ricercati e fuggono a gambe all’aria. È uno spettacolo meraviglioso per gli amanti delle rappresentazioni su larghi spazi, i piazzati. Il grande uomo di marmo, con l’ausilio delle tenebre e dei fiochi lumi artificiali, fa ombra ai suoi sedentari, rendendoli, nel punto, ignoti. La ricerca delle forze del rimedio si conclude per la sopraggiunta oscurità, si sentono estromessi, isolati in uno spazio chiuso e ritornano alle spiazzate arterie principali, spiazzati. I cercatori del visibile, oramai ricercati, giusto in tempo piazzati, riposano ai piedi della statua ignota, che dà nome alla piazza, appunto. Piazza dell’ignoto.  

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