Smentita

Esprimo il verosimile. Prendo la parola. Simile al microfono, amplifico la parola. Simile all’amplificazione, diffondo la parola. Simile alla diffusione, la parola giunge ai recettori della lingua. Simile alla lingua, la parola raggiunge chi ha diritto di parola. Simile alla direzione della parola data, chi ha diritto di parola ha il dovere di ascoltare, per poi parlare. Prende la parola. Dichiaro il vero. Dichiaro l’intento del vero. Provo il vero: uno vero, tant’è vera la prova; due vero, non mi pare vero; tre vero, a dire il vero. Con l’intenzione del vero dichiaro che ciò che segue è, senza ombra di dubbio, illuminato dal vero. È vero che la dichiarazione è pubblica. È vero che il pubblico è testimone della dichiarazione. È vero che il pubblico ne compila un verbale, una citazione in giudizio. È vero che, di conseguenza, ne redigo un comunicato, di garanzia. È vero che dichiaro la mia estraneità ai fatti. È vero, dichiaro la parola, la comunicazione verbale, ma i fatti sono menzogne. La menzogna dei fatti è vera. Infatti, il fatto fraintende il vero. Il fatto è un attentato al vero. Simile al davvero? Simile alla negazione della risposta. Fraintende il verosimile. Il fatto è simile alla bugia. Vorrebbe mettere in luce l’estensione della parola. Il fatto è oscuro e confuso. La parola è inestesa. La parola è un intento, un’intensione. È vero che la parola eccita gli animi. È vero che l’animo incita l’altro animo. È vero che l’animo incitato, simile all’animo da incitare, citino in giudizio l’eccitazione della parola, ma è anche vero, soprattutto nel vero, che la parola è garantita dal comunicato. La difesa del vero all’avanguardia del nevvero. Una parola, sono nel vero. Dichiara il vero. Voi, recettori della lingua, volete prevedere la parola. Voi volete ascoltare quel che vi siete predetti in privato. La parola non è privata. La parola è pubblica e non caccia la lingua. La parola è contro la caccia. La parola è animata dalla naturalità della catena tautologica. La parola è vera come è vera la barbarie della lingua. La lingua in cattività merita un decreto della parola. Il decreto della parola equipara il vero al bene. È bene che la parola non cacci la lingua. È di cattivo gusto fare le linguacce. Il peggiorativo della lingua preda la parola. È bene che alla lingua corrisponda il divieto di caccia, senza riserve. Voi, recettori della lingua, sfogliate le pagine di un vocabolario e assegnate alla parola i sinonimi linguistici. Fermi, la parola ha un solo significato. La parola significa il vero. Gettate i vocabolari, raccogliete i dizionari e ripetete la dizione del vero. L’accento del vero. Ascoltate la parola pubblica, la parola vera e avrete diritto alla parola, avrete diritto al vero. È vostro dovere affermare il vero. Vedrete che una volta ascoltato il vero, lo ripeterete nel vero. Simile all’ascolto del vero sarà il diritto di parola. Diritto di parola, vero. Una parola, il fatto ne è estraneo. Il fatto è esteso ai margini del vero. Il fatto si rifiuta di prendere in parola la parola. Il fatto è diffidente. Confida nella falsità. Il fatto è infido, non concede neanche una parola. Impreca la parola alla prova dei fatti. Il fatto è doppio, la parola è unica. Il fatto è falso, la parola, vera. Il fatto millanta l’estensione della parola. La parola senza il fatto, sarebbe priva di senso. Falso, non è vero; la parola è significativa. Il senso è un atto di accusa del fatto. Il fatto accusa la parola di essere insensata. Il giudizio spetta alla parola, colpevole o innocente è il significato, non il senso dei fatti. Il senso è ambiguo come il qui pro quo del racconto dei fatti. L’esposizione dei fatti, spesso, utilizza il gioco della parola senza attenersi alle regole. È regola, è di regola che il fatto sia esposto dalla parola, ma l’equivoco vuole che la parola traduca il fatto. Il fatto si verifica allorquando la parola lo traduce, è falso; la parola deve essere tradotta dal fatto, è vero. La parola è vera così come il fatto traduttore. Invero, è accaduto che il fatto abbia tradotto la parola, sì, tradotto la parola e che entrambi, nell’anfibologia, siano risultati falsi. Sia il fatto traduttore, falsato, sia la parola tradotta, falsante. La tautologia del vero incappa nella tautologia del falso. Invero, fac-simile. È vero che la parola dichiara il vero. È vero che il fatto traduce la parola. Il fatto è vero. Il verbale pubblico cita la tautologia del vero in giudizio. Scomunica la tautologia del vero e comunica la tautologia del falso. È falso che la parola sia vera. È falso che il fatto sia vero. No, comunicato prestampato. È vero che il fatto sia falso. È falso che la parola sia falsa. Una garanzia, occorre una smentita. Invero, un fac-simile.

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  1. Sara Cantieri
    12 febbraio 2011 alle 4:15 pm

    è vero che scrivi bene 🙂

    • 12 febbraio 2011 alle 5:21 pm

      La scrittura perbene non investe i beni della sintassi, la rendita della paratassi e dell’ipotassi, ma la dabbenaggine dell’atassia.

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