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Archive for febbraio 2011

Eccepire

La capienza di un vuoto. Consegnare i vuoti, dopo aver acquistato e consumato il pieno. Il consumatore al risparmio compera appieno il bene. Il bene circondato dalla materia prima del vuoto. Il bene in piena è consumato per arginare le derivazioni della materia seconda. La materia seconda erompe dal vuoto della materia prima per contenere l’ansia del materiale. Il consumatore è materiale, si siede ai bordi del bene e attende. Se attende con l’utensile, pesca la materia seconda, il bene di consumo. La derivazione che finisce la materia prima. Invece, se intende la posizione di comodo come attesa della consunzione, percepisce, a fior di materia, il vuoto. Il materiale asseconda la materia. Una volta consumato il bene, consegna il vuoto della materia prima al materializzato. Il materializzato è il venditore delle materie e il renditore del vuoto. Stipula la resa alla materia prima, la concordia della resa del vuoto. Il consumatore finisce la materia, ma con un colpo di grazia è convinto di risparmiare il vuoto, la materia prima. Senza colpo ferire riconsegna il vuoto al materializzato. Il materiale si è materializzato nello scambio delle materie. La materia prima e la materia seconda, nella derivazione, consumano l’assecondare materiale, finiscono per valutare l’ordine di consegna, prima la materia seconda da svuotare e poi la materia prima da riconsegnare. La materia prima e la materia seconda, nella riconsegna, si arrendono al vuoto, al vuoto della materia prima, appunto perché non più secondata, venduta come seconda e acquistata in quanto prima. La compravendita finisce per consumare la materia prima e tradire la materia seconda. La compravendita non è delatrice della materia seconda per il prezzo rimborsato della materia prima, è l’adire, la voce chiara e distinta sul contratto materializzato. Il materializzato vende al materiale l’ordine delle materie, la prima e la seconda, ed è disposto ad acquisire il costo della materia prima riconsegnata per rimetterla al ciclo materiato. I tricicli della materia alternata, prima – seconda – prima; seconda – prima – seconda. Il vuoto restituito istituisce il bene a rendere, l’a buon rendere. Il consumatore del bene risparmia il buono rendendolo benaccetto. Il materializzato, alla deriva del ciclo materiato, conclude il negozio del beneficio. La consumazione è un intervallo nel ciclo della materia, non prevede materia prima e materia seconda, è l’azione di una materia che consuma il materiale. Il sottovuoto è una materia collusa. La collusione della materia che conserva una vaga idea di immateriale, che divaga nell’immaterialità. Il vuoto è vuoto d’aria, è un falso vuoto secondo la teoria consumistica, il vuoto è in base al principio di svalutazione, il punto zero dell’aria. Il primo punto della collusione, del principio di svalutazione, vuole che l’aria sia privata, che sia preceduta dal segno negativo. Nel sottovuoto, la materia conserva l’aria preceduta dal negativo. Il consumo a misura zero d’aria e la conserva che precede in negativo lo zero dell’aria. La collusione della materia, avversa all’aria, che nella materia seconda riversa l’aria per il punto zero della materia prima, è nel verso negativo, o, secondo i materiali, controverso, della materia conservata. Il materiale obietta al sottovuoto che una materia priva di ordine, una materia conservata, è una materia incipiente. La materia, nel ciclo materiato, è recipiente. La materia, nel sottovuoto, è incipiente. Il materico, il colluso della materia, contro obietta che il vuoto è una materia non prima, ma eccipiente. È una materia che abbisogna di un ordine successivo di materia per essere riempita; una materia insipiente, nonché prospiciente il bene. Le riserve di materia per ripianare le obiezioni del materiale al sottovuoto, per appianare le contro obiezioni del materico al vuoto, si depositano nella massima del percipiente, la materia non raccoglie obiezioni. La materia non eccepisce.

Apocatastasi

Genesi, in principio sarà stato l’incipio. Il sarà del cipio si comporrà dello stato anteriore dell’in. L’in sarà stato, in quanto, essente stato, la quantità dell’in. Il cipio sarà, nel futuro stato, la qualità dello stato. Uno stato, lo stato del principio avrà avuto dalla sua il precipuo. Il cipio è la creazione del pio. Il pio è solo. Anagramma il suo nome e ne risulta il poi. Il poi rimanda alla composizione in un tempo successivo. Il poi del pio comanda un ulteriore anagramma. Dal poi ritorna il pio. Il pio, prima dell’anagramma in poi, e l’anagramma successivo al poi, il pio. I due pio, non sono la medesima trasposizione. Un pio è nel tempo pre-anagrammato, l’altro pio è post-anagrammato. I due pio occupano una grammatica generativa, che si arrende all’identità del pio, in assenza di principio, o rende l’identità ai due pio e, identità per identità, nella comunanza, fanno comunella. La o è riempita, il cerchio vuoto è punteggiato dalla nera membrana dell’indifferenza, della non differenza. La o è una macchia per la circonvoluzione dei pio. Immettere un punto alla devoluzione del cerchio, una linea puntata, la i. I due pio decidono, all’unisono, di reiterare la i. Premettere alle i i puntini. I due pio sono i pii. I pii estendono l’anagramma dell’in poi nel dipoi e la comunione dei pii è un bene, la comunione dei beni. I pii contrassegnano l’età con l’unità della pietà. La pietà come unità di misura delle età, rapporta il pio e i pii alla rassegna della pia e delle pie. La pia e le pie sono il perbene divisibile nella comunione dei beni. Il bene in genere. È sempre il femminile che ragguaglia sul numero, che dota una serialità al numero. Una generazione di pii si commisura al cipio. Nel cipio i pii anagrammano la paretimologia del pio. Il tropo pio, non traslato, in anagramma perde la p per un difetto di nunzio, e per conservare l’allotropia del noi. Noi conservati, ci preserviamo nella particella pronominale, nel ci. Noi nel ci. Nel cipio ci siamo, una volta pii, e ci riserviamo il poi. La qualità del cipio, la qualità dello stato, la qualità del pio, poi nell’anagramma, dall’in poi del cipio anagrammato al dipoi della comunione dei beni e della rassegna, la pietà, la generazione dei pii ci riversa il noi. Il noi della quantità, la quantità dell’in, dell’incipio. Anteriore all’incipio, al futuro dell’incipio ci sarà stata la palingenesi. La palingenesi del pre. Nel pre dell’incipio, la e lascia spazio alla i. La i omessa. Dal tempo dell’incipio allo spazio del principio. La e del pre si elide, si corrompe al contatto della generazione dell’incipio. In principio la corruzione della e avrà generato l’incipio. La e sarà corrotta dall’incipio per generare il principio. Lo stato del principio sarà stato il principio destato come qualità. Lo stato dell’in principio sarà stato la quantità di principio destato. La quantità del noi destata al ci saremo della palingenesi, ci saremo destati dalla corruzione alla generazione del principio, ci saremo stati. La qualità del noi si atterrà al destarsi al principio del futuro anteriore, si rimetterà alla traslazione del ci nel si irriflessivo. Il si irriflessivo della corruzione del noi per la generazione del destarsi. Il si irriflessivo della generazione del noi dell’incipio per la corruzione del ci saremo stati in principio. La stato del principio avrà avuto dalla sua il precipuo, in principio. La ricreazione del pio, della ripetizione (anafora, diafora, epanadiplosi, epanalessi, epifora, simploche), dell’eppoi, della pietà, dell’allotropia del noi, del futuro dell’incipio, della particella pronominale traslata nel si irriflessivo, ritornerà nell’anteriorità della palingenesi, nel futuro anteriore del pre dell’incipio. Dallo stato al destato, dal destato al ridestato: l’apocatastasi.

Il luogotenente

Genius loci, tenete a mente. Il comando è mantenere la posizione. Un drappello di soldati sconfina in un luogo sconosciuto. Non segnato sulle mappe al dettaglio dei soldati in avanguardia, il luogo è omesso. All’appello del drappello, un soldato consiglia il non luogo a procedere, ma gli ordini sono chiari, una volta raggiunta la posizione è doveroso mantenerla. Il soldato è l’unico e solo dato del luogo. Il soldato è adatto al luogo. Numerare nel particolare i soldati è abbastanza frazionario, nel generale i soldati sono nel numero del drappello. Mantenere la posizione significa ricondurre il luogo sotto l’egida dei punti cardinali e dello spazio di tempo giornaliero. Prenderne possesso significa appostarsi e mimetizzarsi nei punti cardinali e nello spazio di tempo giornaliero. Ora, nel generale, i punti cardinali sono più facili da coprire per il numero dei soldati, lo spazio di tempo giornaliero necessita di dodici soldati prima del mezzogiorno e dodici soldati dopo del mezzogiorno. Il soldato è nella gerarchia militare il chiaro, l’unico e il solo dato e, in quanto tale, può e potrebbe coprire lo spazio del giorno prima del mezzogiorno, il dopo del mezzogiorno richiederebbe una doppiezza del soldato, il che equivale ad una diserzione. La legenda del luogo sconosciuto rimanda lo spazio di tempo dopo del mezzogiorno al milite ignoto. Le consegne del soldato sono di rispettare l’uniforme. Il soldato è a guardia del dato, si serve del dato per uniformare il luogo alla solitudine della piastrina di riconoscimento. Il soldato è consolidato come professionista del riconoscimento, in guardia a un luogo, di guardia nella solitudine, rapporta il dato della sola attitudine al mandato scritto e firmato nel registro delle presenze, la generalità letta dai superiori e confermata come postazione fissa in un luogo. Luogo che, al cambio di guardia, verrà incorporato nella carta strategica, nel confine, con la bandiera dello stato piantata nella terra. La terra sconosciuta sotterrata dall’alone geometrico di un emblema. Il superiore instrada, indirizza sulla via maestra che al silenzio cala la bandiera e l’inanità del perimetro, dell’alone geometrico; è lo spazio di tempo giornaliero predisposto al milite ignoto. Il drappello si sparpaglia nel luogo sconosciuto, copre i punti cardinali e attende l’ordine. Il tempo si spassa. L’ordine non giunge. Il sole non tramonta. Il sole non sorge. La stella polare è invisibile. La croce del sud è contro sole. L’ordine ritarda, le ore sono ferme all’ombra del prender possesso, la rifrazione del mantenere la posizione, al grado zero dello gnomone. I soldati, in piedi, sostenuti dalle armi di ordinanza, dei fucili dal manico ergonomico da tenere sottobraccio, tra il braccio e la spalla, armi portatili, con le canne ben piantate in terra, a sostegno del suolo patrio; si coordinano al luogo. L’insegna del soldato, dell’unico e solo dato, si contrassegna per le coordinate cartografiche. Il soldato prende dalle tasche mimetiche dell’uniforme un foglio di carta e una penna consunta, insegna al luogo la grafia e insieme si coordinano nel segno della cartografia. La coordinazione prima esercitata dalla grafia e poi dalla composizione della carta, stuzzica la sete di conoscenza del luogo. Il luogo sulla carta, segna, in bella grafia, la disposizione del piano terrestre, una disposizione sconosciuta, delle linee in risposta al punto in questione, il punto della risposta è non allineato, né delineato, è lineare. I soldati ricordano il consiglio consolidato del non luogo a procedere, ricordano, nonché, l’ordine di mantenere la posizione, ordine intervenuto prima del nuovo ordine, e ritornano al drappello. Il drappello prende posizione e staziona nel luogo sconosciuto. Altolà! Il soldato si sente assoldato dal luogo sconosciuto per attenersi alle linee. Il soldato non è adattabile al luogo. La risposta al nuovo ordine è una linea di condotta che riconduce il luogo sconosciuto al luogo disconosciuto. Il soldato perde la posizione, si ritira dietro le linee e disorientato, da unico e solo dato del luogo, diviene il longilineo, longitudinale alle linee.

Una mano – la dizione del gesto

Congestionare. Il gesto dà consistenza alla parola. La parola proferita, la parola che inferisce dal suono del segno il disegno del significato e il quadro del senso, riferisce il proprio destino alla spinta del gesto. Il gesto dà una destinazione alle parole. Il destinatario delle parole comprende nel proprio gesto la gestione dell’oggetto prensile. L’oggetto prensile, la cornice del disegno nel quadro, affisso, con l’articolazione della mano, sulla parete delle funzioni semiologiche. Il destino della parola comunicata, sotto la spinta del gesto, fa presa nel gesto con cui il destinatario raccoglie la comunicazione. L’oggetto della comunicazione è la parola presa. L’oggetto compreso è dimostrato dalla parola appresa. Il rigetto dell’oggetto non è una parola rigettata, o forse è in proprio una parola rigettata, presa in palmo di mano, sotto la spinta di un’impresa, e gettata per la difficoltà dell’impresa, rigettata come una babele, per lasciar posto ad una parola convergente, una parola da prendere nel verso giusto. Ma la parola rigettata è una parola rappresa, una parola ingestibile che può sempre far presa nel gesto. Le possibilità del gesto assentono a che la parola rappresa abbia il tempo della rapprensione. Il gesto impugna solo la parola incompresa, la parola in assenza di destinatario. La parola riflessa alorap, l’arolap che per consistere abbisogna delle gesta e non del gesto. La parola insiste ma non prende. La parola insiste ma lascia il tempo che trova. La parola insiste ma rilascia solo incomprensione, una parola che evita la manomissione. La manomissione  è il gesto che destina la parola. La dizione della parola è taciturna, è in attesa. È una parola in teoria, una parola che, in fila, attende il proprio turno. Tacita, senza rimostranze, attende il gesto e cita la propria parola. L’addizione del gesto, l’ad (l’a-dito) come il verso, giusto in tempo del destino, la dizione del gesto. Il gesto ripete l’implicazione della parola, compete al gesto duplicare la dizione nella parola gestuale, la gestione della parola. La ripetizione alligna la dizione, il gesto è perdizione. Il verso, giusto in tempo del destino, indica. La manomissione indìce come gestore il dito indice. Il gesto manuale è semplificato alla direzione del primo non opponibile. La dizione della parola, l’addizione del gesto assumono, nell’esposizione dell’indice, l’indirizzo, il valore della funzione. L’indice attesta la direzione del destino, il senso del destino e segnala la giusta posizione del quadro sulla parete delle funzioni semiologiche. L’indice ha anche l’ottemperanza di mettere all’indice la parola riflessa, l’arolap. La competizione circa quale gesto debba segnare il punto di affissione, il punto di maggiore presa sulla parete funzionale, consegna l’indice come indirizzo, al medio come punto equidistante dalla perdizione e dalla condizione. La condizione è la dizione giunta a destinazione. Il medio assegna al quadro del senso il punto in questione, sulla funzione semiologica, su cui si regge la presa. Il punto in questione è, sulla figura della funzione, il disegno del significato. Il medio disegna prima il significato, lo fissa alla parete, constata che sia nel verso giusto. Poi, al disegno sovrappone il quadro del senso e al verso giusto si aggiunge il tempo della destinazione. La tradizione della parola, l’addizione del gesto nella condizione del destino, della destinazione, congestionano la parola. La parola fa presa sul destinatario a condizione che il gesto congestioni la comunicazione. La consistenza della comunicazione, della conversione al destino. Tra l’indirizzo e la mediazione la destinazione è compiuta per il verso giusto. Il segnale d’allarme, l’emergenza che interpreta giusto in tempo le prime avvisaglie del quadro manipolato, malsicuro, scatta nella previsione dell’anulare e del mignolo, i congestionati. Il pollice è ingiusto, opponibile e inverso, non gesticola. Dammi una mano, enuncia la parola. Il gesto è la mano del destino. La mano in-di-gesta al destino.

Portavoce

19 febbraio 2011 6 commenti

Il carme ben dispone la voce. La voce s’intona al canto accattivante il respiro della laringe. La formula laringea incanala il sillabario nella dilogia. La voce dà il la al coro. La formula laringea convoglia la malia dell’epifora, l’ammaliamento dell’anafora, la maliarda simploche. L’esercizio del respiro nella voragine che ripete il rito della voce interiore, dell’apparato respiratorio che, fra l’espirazione e l’inspirazione, invoca l’abbecedario, è coesivo di una ripetizione. Le corde vocali vibrano l’aria dell’opera, l’anadiplosi duplica, l’epanadiplosi raddoppia, l’epanalessi riprende il vibrato per l’immediata epizeusi, la voce evocata. Revocare la voce è l’esercizio del gorgheggio che sfigura la ripetizione. Avocare all’ugola il pregio, la reputazione, la sicumera delle corde vocali che consentono il balzo dall’evocazione bronchiale, risonante all’invocazione accordata. La sinecura di un’ascensione d’aria che ritorna, il ritornello dell’opera. Il sobbalzo di sicurezza che salta all’udito. La glottide che scandisce il tempo e non il vocoder che dirige la banda del vocio. Il risalto della voce accurata. Il rincuorato dal cuore d’oro avoca l’ugola d’oro. Il rincuorato è portavoce dell’ugola d’oro. L’ugola d’oro suona il vibrafono, la fonia della lingua percossa. La lingua è inquieta, non resiste nella cavità del palato. Urta convulsa i denti, un’agitazione molare, un disordine premolare, una spinta irrequieta, incisiva sulle labbra socchiuse. Una lingua priva di giudizio. L’eufonia dell’ugola d’oro si accompagna alle note dell’ugola indorata. Uno spiraglio si apre tra le labbra dischiuse. Le labbra dorate, custodi dell’ugola d’oro e le labbra adorate in dote all’ugola indorata, si avvicinano nel sentore del respiro comune. L’aria viziata dal contatto delle pieghe cutanee è un refolo delle ugole preziose. La bocca che trattiene la trepidazione della lingua, è colta da stupore, aperta all’adorata lingua, ne agevola l’evasione. L’asfissia convoca la respirazione bocca a bocca. Le lingue si incrociano, in parola di un contatto vertiginoso. Il vortice è un intatto movimento centrifugo dall’inquietudine linguacciuta, è un movimento centripeta verso la quiete linguale. Il respiro trattenuto rilascia la rievocazione di un affanno senza voce. Dal senza fiato del primo bacio all’affanno dei baci in seguito, di seguito. Consegue il bacio vibrato e il bacio tremolo. Un contatto di lingue, mozzafiato. Nel riprender fiato, l’ugola d’oro vorrebbe ascoltare la modulazione dell’ugola indorata, ma non riesce a articolare la vibrazione. L’indorata, dalle labbra adorate, si presenta con il nome di Raucedine. L’ugola d’oro, nel tratto di tempo adorato, soggetto alla passione, è oggetto del rincuorato, del portavoce. L’ugola d’oro è incantata. Il portavoce, il rincuorato fa i conti con la propria ugola, ne adatta il timbro, rende atto alla frequenza, ne tempera l’inflessione e la cadenza sui toni dell’ugola d’oro, senza intensità. Versatile, è un’ugola di cuore. Palpita, il rincuorato, e esprime, esegue l’accordo. Diatonico nel grado del falsetto, non risalta la voce accurata. La sinecura è ridotta all’osso, l’ascensione d’aria che ritorna, il ritornello dell’opera è a rischio scivoloni, stonature e immobilità della stecca. Per evitare l’equivoco cacofonico, la dissonanza fonica, il trillo delle note, il rincuorato estende l’opera in operazione. Biunivoco, con il cuore in gola, non passa da un tono all’altro, altera il tono con la distonia. Il rincuorato potrebbe assumere il registro, il tenore del ventriloquo, ma la voce sarebbe di ventre. Una voce senza le labbra dorate, custodi dell’ugola d’oro. Una voce digerita e non una voce di cuore, da rincuorato lo si nominerebbe metabolita. Il rincuorato disincanta con le frasi fatte.

O miocardio; soffia dal cuore la voce del rincuorato, il cardiotonico giunga alle labbra dorate … che la voce del cuore sia importata dall’ugola d’oro … che la ridorata esporti l’intonazione della voce nel ritornello, il ritornello del portavoce.

L’altro sesso

17 febbraio 2011 2 commenti

La sessitura è la piega cucita in parte sull’intimo, in parte sull’esternazione. La piega dell’intimo scorcia il costume, è una scorciatoia per la circonvenzione dell’arto. L’ileo, l’ischio e il pube rivestiti dell’usanza si chiudono in una stanza privata, o stanzino, per ridurre l’ostensione delle spoglie scostumate. Sotto spoglie provate il costume è indossato e segnato come guaina pelvica. L’inguine è idiosincratico all’adesione e manifesta l’eruzione cutanea. Denudato e infiammato piega i lembi del costume, gli orli, e in piena dermofilia accorcia il costume. Le mani di scorta al sesso, attente a che l’indiscrezione della visione d’insieme non espropri, con sufficienza, la spoliazione, limitano la nudità alla dermoprotezione del dimorfismo. Provato il costume e raccorciata la stoffa che tesse le lodi d’onore al corpo, la nudità si delimita alla periferia del sesso. Ignudo è il corpo limitrofo alla cintura costumata, ritroso alla dermoesfoliazione. Un tronco sfacciato e delle gambe appiedate. Denudata la vita dalle bassezze sessuate, la sessuomania cautela, con la superstizione della generazione, l’epidermide pelvica nella tradizione del miracolo, il miracolo di un nascituro. La copula sessuale deve procreare l’ente dall’essere. Un accento sugli animalcula e sugli ovociti in ausilio dell’essere. L’essere procrea l’ente. L’accento della copula scompare nella congiunzione dell’onanista. La dissoluzione, le mani licenziose e il malcostume del sesso peccano di una generazione privata, di corruzione. Privata della copula, la congiunzione dilapida il patrimonio genetico per la lubrificazione della periferia scostumata. Il malcostume della prova, dell’affinità organica. L’essere niente. La cinta costumata deve divenire incinta, prepararsi al movimento di nutazione e la sessitura non le è d’ausilio, di primo acchito svelerebbe un lembo di pelle che non fa una piega per la procreazione, ma ad uno sguardo attento si nota che spiega solo la ricreazione dei desnudi. L’orgasmo, il piacere dall’accento acuto, priva la copula del grave, del peso specifico, del peso della specie. La ricreazione dei desnudi non ha nulla a che vedere con la riproduzione dei costumati. Nulla si deve prevedere della vita denudata. La ripiega dell’esternazione è parte del consesso. Il consesso è la modalità della coppia. In costanza, è la coppia di corpi che dà vita al sesso. La coppia vestita induce i corpi a ripudiare gli indumenti, piegati coppia a coppia. Le costanze composte di vesti ombreggianti, impermeabili agli agenti atmosferici, alle norme del corpo e immuni alla patita lascivia, ritornano alla semplicità della spogliatura. Le costanze composte non fanno il paio con gli indumenti spiegazzati. Le costanze semplici s’ingraziano nella coppia, di stanza nella coppia, si accoppiano. L’attributo della costanza semplice è il sesso. Il sesso attribuito, per non rimirare la composizione della costanza vestita e indotta, la costanza composta, è desnudo. L’attributo è conseguenza della semplicità e segue la premessa della costanza semplice. Le due premesse delle costanza nella conseguenza, conclusione dell’attributo, formano la silloge della coppia. Accoppiarsi per fiancheggiare la particella pronominale riflessiva, reciproca e impersonale, si. Affermazione della coppia senza accentuazione. È necessario che le costanze semplici si attengano alle premesse, alla forma della sillessi, per non assumere lo stato di costanze composte. Dal consenso della coppia attribuito alla costanza del rapporto, segue di necessità virtù la modalità del consesso. Il consesso, impossibilitato al vizio, esterna la piega della sessitura. Il costume ristretto al cinto pelvico si esterna nella relazione dei sessi. I sessi aventi in costume la denudazione della vita dalle bassezze sessuate, si avvicinano nel contatto dei costumi. Il consesso costumato struscia le pieghe della tessitura interna sulle pieghe della tessitura esterna. L’azione esterna, l’esternazione è parte di un tutto travestito nell’intimo. La coppia di costanze nella modalità del consesso si compenetra alle usanze costumate. Usi e consumi di una modalità. Il travestimento della vita sull’epidermide pelvica sfila sulle pieghe dell’intimo e dell’esternazione, non per mostrare l’armonia della nudità, ma, viceversa, per ricoprirla di costumi, relegarla ai margini dell’ignudo, del desnudo e subordinarla all’epicentro del denudare. Il malcostume della generazione e della corruzione è fuori da tutti i costumi, sia gli integrali, sia i ristretti.

Abbandono del verbo coniugato

15 febbraio 2011 2 commenti

La voce del verbo confessa la relazione illecita in modalità del participio presente. Il verbo dislogante. Il verbo sommesso disloga dai quattro modi, i modi domestici – indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo – per logare il tempo presente del participio. Categorico, ignora la modalità addomesticata. Fa in modo che l’azione non sia riferita alla docile finitezza. Indomito, si concede alla modalità infinita. Il gerundio è perverso, l’infinito combacia per converso. È tempo di accedere al participio. Un tempo presente e non compassato, né ripassato per il presente passato. I modi finiti, quieti, non hanno acquietato il modo di fuga, l’inquietudine è, in grammatica, presente. Il comodo a farsi lascia il posto all’incomodo ad analizzarsi. Il participio presente è predisposto per mutare in sostantivo, aggettivo e avverbio. Evade dalla disposizione proverbiale, dal quieto vivere degli avvisi per una fedeltà alla composizione, verbicausa, di prima, seconda o terza coniugazione. Composto, il verbo bacia i tempi composti, figli desinenti di un rapporto a lunga durata. Trasposto, si commuove, sfiora la coniugazione, compagna dei tempi passati, si svincola dall’ausiliare, precettore dei figli, e, presente in forma, scrive sul biglietto di commiato: andante. Andante ma non troppo – gli eredi adotteranno l’inflessione e il ritmo della voce del verbo, rilevano la flessione del verbo, con l’ausilio dell’aver avuto e dell’essere stati. La consorte coniugherà nell’analisi domestica, la temporalità dei modi finiti. Durante il presente – trasmutante l’azione da temporeggiante in presente, nel continuo del presente. Da logos a logante – enucleante i molteplici significati del logos nel verbo logare al participio presente. Logare: passare da un’azione all’altra nel medesimo tempo presente, nel fra tempo, trapassare nell’azione, frazione. Partecipante del presente – non concorrente di una gara a tempo perso, intervenente in un tempo continuo, ripudiante il quotidiano e la verbigerazione ripassata. Assistente – ponente in scrittura l’atto di plagio dell’azione, l’atto plagiante l’azione, scritturante il plagio dell’atto in potenza di un’azione trapassante, di una frazione. Azionante il passaggio da un’azione ad un’altra, la frazione senza finalità, l’azione non frangente la perdizione, la frazione infrangente la quotazione della denominazione e della numerazione. Le finalità quietanti i modi finiti e inquietanti i modi infiniti. Le finalità e le modalità assenti. Spaventante la durata. Non è fermo alla composizione della durata, non perdura nel tempo indicativo, non che duri nella congiunzione al contempo, nella condizione dell’in tempo, nell’imperativo dell’ordine, dell’ordinazione temporanea, nell’infinito estemporaneo, nel gerundio del temporeggiando, nel passato temporizzato. Temporizzare la voce del verbo nella successione dei tempi è un indicativo categorico, indica la cadenza, la pronuncia, l’altezza della voce su una base riverberata, area verbale. Temporizzare la voce del verbo in una processione dei tempi, nella soggiunta secessione, è un congiuntivo categorico, si coordini, si accompagni, si congiunga la voce alla preghiera del chiaro verbo distinto. Temporizzare la voce del verbo in una cessione dei tempi è una categoria condizionale, cederei il verbo a condizione che sia un verbo composto, che rimanga al proprio posto. Temporizzare la voce del verbo in un’accezione del verbo al soggetto come pronome, è un imperativo categorico, il tu devi, tu devi al pronome il tuo verbo, l’io devo, io devo al pronome il mio verbo. Temporizzare la voce del verbo alla concessione dei tempi è un infinito categorico, concedere la causa prima, l’efficienza dei modi infiniti. Temporizzare la voce del verbo all’eccezione dei tempi è un gerundivo categorico, essendo l’incipit correlato alla finalità della causa prima. Presente nella durata, durante. Presente alla durata, perdurante. Compresente come participio della durata, infradurante, sulla soglia del predurante, sull’uscio del produrante. Nel fra tempo, in frazione. Una durata presente che schiarisce la voce del verbo all’ente, innanzi all’io sono e all’eccetera dei modi finiti e infiniti nei tempi semplici e composti.