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La stilografica

Obliterato il biglietto, Suvvia legge e riconosce il numero del suo treno, il numero del treno che corrisponde alla prenotazione e alla decisione di colmare la distanza dal territorio d’arrivo. Il numero richiama successivi numeri e Suvvia percorre la lunghezza del convoglio su rotaie per cerchiare la diligenza al numero di carrozza, prestampato sul titolo di viaggio. Bene, il numero concorda con le unità e il vagone è l’oggetto sedentario. L’introduzione alla carrozza presenta una soglia in piedistallo e l’inerzia dei passi attutiti dalla gomma. Schienali fanno da transito all’andatura svaligiata. Persino il portamento è privato della rinomanza dell’incedere. La valigia, appendice infiammata di Suvvia, cede la risonanza sul suolo gommoso. L’invenzione della ruota, nel tempo, ha preteso la defezione del segnale di avvicinamento. I numeri si fanno strada nel corridoio carrozzato. Il secondo posto numerato, procedendo da destra verso sinistra, il numero civico è accogliente e libero come un pied-à-terre. Suvvia puntualizza il certificato di residenza con il modello del numero in copia sul suo biglietto e mutua la residenza in domicilio del corpo. Si ferma, afferma la dislocazione comune elevando l’appendice al piano portaoggetti. Confermata nell’avvenente partenza, si lascia trasportare dal fiato mozzato sul sedile rivestito. Una boccata d’aria viziata, la schiena rivolta alla direzione di marcia, e il senso del viaggio è incorso nel viavai dei viaggiatori, nel render sedentario il tragitto e nel compilare il modulo di partecipazione al concorso dei chilometri ferrati. I culi piatti, schiacciati al rivestimento, dettano ai redattori le cronache dei trasporti su ferro, l’età del ferro di un’esperienza agiografa, il più delle volte parallela al di già ascoltato. Il percorso ha inizio. La partenza non è più un luogo e l’arrivo non è ancora un luogo. Nell’intermedio del sopralluogo, Suvvia ha uno spunto di curiosità. Si alza dal rivestimento del sedentario, allunga l’altezza media del corpo con le braccia stirate al margine dei sostegni d’appoggio. In avanscoperta nel vano portaoggetti, le mani lo dileggiano con l’impronta dell’invano, maneggiano il tessuto della valigia, ne tirano il taglio come personale, ne manomettono i lembi e ne estraggono dal vano interno alcuni oggetti. Dopo la manomissione, le tattili riposano sul tavolino, piano d’appoggio smembra coppie sedentarie. In piena vista prensile un foglio vergine, esfoliato della metrica, in senso lato una penna stilografica. Suvvia adopera l’intimità delle mani per smontare la stilografica. Ne estrae la cartuccia dell’inchiostro per poi ricomporne la forma. La cartuccia fa capolino davanti al suo sguardo. Dalla tasca interna della giacca che copre le spalle, sfodera un coltellino multiuso e un calamaio. Con l’usuale lama del multiuso asporta un’estremità della cartuccia, reggendola in verticale, dal fondo chiuso. Svita il tappo di sicurezza, antimacchia del calamaio e ne riversa il contenuto della cartuccia lacerata. Suvvia è pronta. Intinge il pennino nell’inchiostro del calamaio senza sicurezza, e lo prosciuga sul foglio. Nel mentre del rituale, il dirimpettaio, non smembrato dal tavolino, ha osservato la grazia e l’avvenenza dei movimenti articolati di Suvvia. Incantato, non riesce a distogliere lo sguardo dal foglio una volta vergine, e pian piano intinto d’inchiostro. Il dirimpettaio è senza macchia e non elegge l’inchiostro scritto in inchiostro vocale. Allineata alle sottolineature dell’inchiostro trascinato dalle parole successive, il pennino asciutto a piè di pagina, Suvvia tira su il volto, il volto della pagina, prende fiato, dopo il mozzafiato e sente il fiatone del dirimpettaio. Egli le domanda: “Giungeremo mai a destinazione?” Suvvia, con un respiro inarca le labbra, si porta le dita alla bocca e inchiostra la parola orale: “Qual è il suo nome?” Di fronte a una domanda annerita, l’interlocutore prende un po’ di respiro e si adegua: “Mi chiamo Ovvio.” Suvvia risponde: “Ovvio!”

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