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Il baro del solitario

Conosco le regole, seguo le regole. Gioco. Conseguo il ruolo di partecipante. Eseguo lo stato di giocatore. Inseguo il premio. E sono seguito dal passivo. Perdo. Non sono in punizione, sono disperso. La regola ha imposto il sacrificio della regolazione e l’attenersi alla successione per l’azzardo dell’alloro. Allora ho lanciato la competizione, nello slancio della mano e il compenso del colpo ha gratificato il rischio. L’omaggio ha stemperato la stagione della mia aspirazione e nel dogma della statistica ha contratto la rivelazione della speranza nella manodopera disperata, su cui calcolare l’onorario dell’esasperazione, il rischio calcolato. La probabilità della pena capitale ha esatto la mia testa, ho battuto più e più volte il capo contro il muro. E più che lasciare il segno sul muro portante, più che insegnare il muro maestro, ho designato l’ematoma. Il piatto ematoma non ha potuto risolvere il problema del gramo pregiudizio, ho rilanciato e l’operazione del capotorto ha fesso la resistenza elastica della pelle, uno squarcio e dalla scorza dura del giocatore è fuoriuscito lo zampillo rosso, io avevo puntato sul nero e il sangue sgorga. Il giudizio delle genti ha tamponato il rovescio dell’imprecazione sull’intero mondo e nel cicatrizzare ho sperperato l’ingente somma dell’umano consumo. L’ambulanza ha riferito l’occupazione dell’inverecondia, dell’improntitudine al biasimo degente. Costretto alla deambulazione sono stato legato alla lettiga. Le cinghie ai polsi e alle caviglie hanno intorpidito le mie estremità e nella chance apicale ho richiesto un bavaglio, l’estremo trasporto ha richiamato, in ottemperanza alle corde vocali, l’estrazione del lotto, il primo estratto da un novantesimo di paura che permuta il grido impallidito, sgomento in urlo di gioia. E vai! Dare un avverbio al verbo di moto e commutare la deambulazione in ritorno al tavolo da gioco, al proprio posto. È preferibile tenere la bocca chiusa e impedire la libertà di espressione. Giunto in pronto soccorso, ove l’esito delle analisi è sempre in ritardo e la gnosi della sintesi in anticipo, come terzo incomodo sono stato deposto su una sedia a rotelle. Vacillante a lato e a relato di un prelato della rivelazione, ho compreso il movimento fortuito, combinazione mi muovo su due piedi, i miei piedi; combinazione sono invalido e devo esser accompagnato, spinto su una sedia a rotelle e respinto da chi non avrà mai una pensione, i mai paghi dell’eterna giovinezza; combinazione sono sdraiato e immobilizzato in un letto, alla luce del sole, piantato in asso come un vegetale e idratato dalle lacrime dei parenti, parenti alla compassione del genere umano, compatire che rimpiange il con-esserci nel mio stato e che morde l’esserci a piedi giunti. Congiunti e in piedi, o in ginocchio, una toppa sul rimorso. Nel reparto isolato, gli infermieri e gli infermi, svolgono la medesima mansione, sono i non mai fermi, mi intimano senza pudore di spogliarmi degli averi. Impudico, denudo perfino il mio essere. Nella timidezza della remissione ho intravisto i capi di vestiario piegati sul piano di una sedia. L’ordine dei sottoposti reclama la riconoscenza all’uniforme. Indosso la camicia di forza e la sottoveste di castità. Sono unico nei miei capi, la camicia di forza è priva di polsini, dove infilo i miei gemelli? La sottoveste non ha lembi da unire in coppia. Per giunta è castigata. Non ho più assi nella manica.

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