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Una “Camel” nel deserto

Formicolio alle gambe, i talloni incrociati e deposti su un altipiano di sollievo, una linea asimmetrica con il bacino fa leva sull’addome per angolare il capo reclino nel prelievo della respirazione. L’estremità distale avverte il peso del territorio percorribile al quadrato, nel decubito delle pieghe locali, una ferita della terza dimensione, il soqquadro della cartografia perlustrata alla quinta potenza nei ritagli della circoscrizione esponenziale. La base è il peso delle gambe nel numero intero degli arti inferiori, nella razionalità che commisura la tibia e il perone, nel gonfiore reale di un piede che moltiplica se stesso all’ennesima potenza. In porto, l’intorpidito sottostà alla banchina, ormeggia nel plantare e con la partecipazione delle dita riduce la distanza tra passo diretto e spasso slogato con la conversione del piede nel sistema metrico decimale. Il suolo è rappreso, il plantigrado rinsecchisce, non interra più l’impronta intera in superficie, salta in lungo verso la sabbia, l’orma è nel particolare: tallone e metatarso. Misurato, in spiaggia riprende il senso del tatto, in precedenza sfuggente, e si dirige verso la battigia, nell’operazione ha calcolato il risultato del pediluvio. I muscoli sono distesi, le caviglie sommerse. L’acqua ripiega fin su le rotule. Il bacino è assiso sul bagnasciuga. Il dorso segna un riferimento, un gancio sulla terraferma su cui appendere lo specchio d’acqua. La concitazione crinale segnala la brezza, il torace non è un anemometro e si spiaggia. L’intorpidito si sgranchisce le gambe, al palato riconosce la secchezza, granelli di sabbia inaridiscono i pori dell’epidermide, scivolano sulla colonna vertebrale, ingarbugliano i capelli, si abbarbicano ai peli. È in piedi. Schizza una circonferenza. Ogni grado angolare del cerchio è uno spicchio di deserto. Solca la sabbia, quasi a voler seminare il differenziale. Sul terrapieno, ove il vento ha depositato lo strato superficiale del territorio isolato, i granelli sono sedimentati in ghiaia. Volge lo sguardo assecondando la rosa dei venti, avvolge la vista nei colori dell’atmosfera. L’espressione mostra l’efficacia dell’insolazione. Desolato, osserva l’asse distale, esterrefatto si piega sulle ginocchia, con i tendini delle dita manuali estesi tocca il corpo nero sulla sabbia. È insabbiato. Sconsolato, a piè pari si sposta sul terrapieno, a piè dispari il corpo nero lo segue. Il corpo nero è scoperto, è l’ombra. I due corpi giocano al rincalzo, nella simultaneità del turno levitano la sabbia. Nello spicchio di deserto, sul terrapieno di ghiaia, i due corpi volteggiano il pi greco del girotondo. L’area della circonferenza è definita. Il capogiro verifica il capitombolo e i due corpi si estendono al suolo oltre la circonferenza illustrata. Necessitano di un mezzo di trasporto per perlustrare la figura del deserto. L’intorpidito, steso al suolo, sovrimpresso come una didascalia, con il dorso delle mani stropiccia le palpebre, nel trasporto tasta il tessuto che ricopre la gabbia toracica e l’addome. Riconosce il volume dell’oggetto ricercato. Porta alla luce del sole il pacchetto di Camel. Estrae una sigaretta e l’accendino. Il fuoco genera fumo. Fuma, adombra la sigaretta.

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