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Svendita totale

Il negozio giuridico apre i battenti al pubblico, dispone il ritmo dell’offerta e secondo il primo accordo della scala nervosa acquisisce la domanda: che cosa è in saldo? Il listino, l’habitus è scontato, il prezzo dell’abitudine deriva dall’etimo di ricoprirsi di vesti per investire il corpo in un periodo ove il risparmio della nudità è una dilapidante modalità della caconomia. Il capo per essere registrato nel libro mastro e stornato dal listino, necessita di un verso, verso una consueta data feriale, posteriore alla successione festiva, il retaggio dello sconto segna il capoverso. Gli usufruttuari accorrono in massa, e disposti in teoria, la teoria per uno, acquistano. Sotto la spinta dell’optare disconoscono l’economia e inquinano la valuta dell’abitudine, un’azione che protratta nei giorni seguenti, sarà registrata come valutazione. Il pregio dell’abitudine consegue l’acquisizione di uno spazio condotto, il farsi largo a spallate detrae l’interesse dall’unità di misura dell’habitus, le spalle su cui indorsare le vesti, e la decurtazione dona una nuova abilità all’usufruttuario, l’abilità di dichiarare come sia aduso all’acquisto. La tratta del capoverso prosegue la data feriale concedendole una continuità analoga alla serie festiva. In vetrina il quotidiano descritto in percentuale di una stagione, in vetrina il manichino ammantato come percentuale di un corpo. L’esercizio spalleggiato è provato in uno spogliatoio, sfilato dinanzi e di lato ad uno o più specchi ad altezza d’uomo medio, dimostrato da uno scontrino fiscale e imbustato con tanto di marchio impresso, leggere e compiacersi della confezione. Approvato. Eppoi riprovato, alla seconda posa indosso della veste succede la lacerazione. Il corpo, riprovevole, esegue uno scarto, maldestro. Con un tiro mancino si porta una mano sul capo. Senza verso, controverso violenta il cuoio capelluto. Con un diavolo per capello, avvicina la mano furiosa, la manesca, ai globi oculari, testimoni il più delle volte attendibili quando ingentiliti dalle lacrime. E la visione, pur senza disdegnarle, non disegna l’imprecazione, la bestemmia o il maledetto, informa le linee dei capelli sul profilo di una parola: liquidazione. Il corpo rende soma un’espressione emotiva e avverte il rodio del fegato. Altri capelli cadono, i nostalgici del cuoio capelluto, disadattati al manesco, si adagiano al suolo nello stampo del manifesto pubblicitario: “La liquidazione veste”. L’abitudine ha lacerato il corpo, l’habitus ha indennizzato il corpo della nudità. Svestito, osserva l’epidermide e se ne appaga, svestito ammira i dettagli piliferi, svestito si sente denudato e allora si riveste con la lacerazione, la lacerazione delle vesti, la lacerazione delle abitudini, la lacerazione dell’epidermide. Desueto, saldo, impugna l’accordo delle parti: il corpo totalmente svenduto, denudato, soddisfatto o rimborsato, a saldo della ragione, fa assegnamento sulla compravendita dello spirito, la buonuscita dello spirito, a prezzo intero.

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