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Archive for gennaio 2011

La stilografica

Obliterato il biglietto, Suvvia legge e riconosce il numero del suo treno, il numero del treno che corrisponde alla prenotazione e alla decisione di colmare la distanza dal territorio d’arrivo. Il numero richiama successivi numeri e Suvvia percorre la lunghezza del convoglio su rotaie per cerchiare la diligenza al numero di carrozza, prestampato sul titolo di viaggio. Bene, il numero concorda con le unità e il vagone è l’oggetto sedentario. L’introduzione alla carrozza presenta una soglia in piedistallo e l’inerzia dei passi attutiti dalla gomma. Schienali fanno da transito all’andatura svaligiata. Persino il portamento è privato della rinomanza dell’incedere. La valigia, appendice infiammata di Suvvia, cede la risonanza sul suolo gommoso. L’invenzione della ruota, nel tempo, ha preteso la defezione del segnale di avvicinamento. I numeri si fanno strada nel corridoio carrozzato. Il secondo posto numerato, procedendo da destra verso sinistra, il numero civico è accogliente e libero come un pied-à-terre. Suvvia puntualizza il certificato di residenza con il modello del numero in copia sul suo biglietto e mutua la residenza in domicilio del corpo. Si ferma, afferma la dislocazione comune elevando l’appendice al piano portaoggetti. Confermata nell’avvenente partenza, si lascia trasportare dal fiato mozzato sul sedile rivestito. Una boccata d’aria viziata, la schiena rivolta alla direzione di marcia, e il senso del viaggio è incorso nel viavai dei viaggiatori, nel render sedentario il tragitto e nel compilare il modulo di partecipazione al concorso dei chilometri ferrati. I culi piatti, schiacciati al rivestimento, dettano ai redattori le cronache dei trasporti su ferro, l’età del ferro di un’esperienza agiografa, il più delle volte parallela al di già ascoltato. Il percorso ha inizio. La partenza non è più un luogo e l’arrivo non è ancora un luogo. Nell’intermedio del sopralluogo, Suvvia ha uno spunto di curiosità. Si alza dal rivestimento del sedentario, allunga l’altezza media del corpo con le braccia stirate al margine dei sostegni d’appoggio. In avanscoperta nel vano portaoggetti, le mani lo dileggiano con l’impronta dell’invano, maneggiano il tessuto della valigia, ne tirano il taglio come personale, ne manomettono i lembi e ne estraggono dal vano interno alcuni oggetti. Dopo la manomissione, le tattili riposano sul tavolino, piano d’appoggio smembra coppie sedentarie. In piena vista prensile un foglio vergine, esfoliato della metrica, in senso lato una penna stilografica. Suvvia adopera l’intimità delle mani per smontare la stilografica. Ne estrae la cartuccia dell’inchiostro per poi ricomporne la forma. La cartuccia fa capolino davanti al suo sguardo. Dalla tasca interna della giacca che copre le spalle, sfodera un coltellino multiuso e un calamaio. Con l’usuale lama del multiuso asporta un’estremità della cartuccia, reggendola in verticale, dal fondo chiuso. Svita il tappo di sicurezza, antimacchia del calamaio e ne riversa il contenuto della cartuccia lacerata. Suvvia è pronta. Intinge il pennino nell’inchiostro del calamaio senza sicurezza, e lo prosciuga sul foglio. Nel mentre del rituale, il dirimpettaio, non smembrato dal tavolino, ha osservato la grazia e l’avvenenza dei movimenti articolati di Suvvia. Incantato, non riesce a distogliere lo sguardo dal foglio una volta vergine, e pian piano intinto d’inchiostro. Il dirimpettaio è senza macchia e non elegge l’inchiostro scritto in inchiostro vocale. Allineata alle sottolineature dell’inchiostro trascinato dalle parole successive, il pennino asciutto a piè di pagina, Suvvia tira su il volto, il volto della pagina, prende fiato, dopo il mozzafiato e sente il fiatone del dirimpettaio. Egli le domanda: “Giungeremo mai a destinazione?” Suvvia, con un respiro inarca le labbra, si porta le dita alla bocca e inchiostra la parola orale: “Qual è il suo nome?” Di fronte a una domanda annerita, l’interlocutore prende un po’ di respiro e si adegua: “Mi chiamo Ovvio.” Suvvia risponde: “Ovvio!”

Formaldeide

L’ambiente domestico ubbidisce all’infecondità della vita. Un uomo, garante della vita, certifica il proprio umore terrestre con la quietanza d’acquisto di una donna. Una donna, mallevadrice della vita, impegna le cellule uovo per la procreazione della forma di vita e non rilascia ricevuta dell’avvenuto ingravidamento. Lo stato interessante riscuote il prestito del capitale femminile, maturato in nove o dieci mesi, in tre rate: la scadenza dei capogiri dell’uomo, primo stadio del calcolo interessato all’apprendimento della lieta notizia, l’erogazione del prestito; la dilazione delle nausee da rigurgito di bile, stadi successivi alla valutazione del tasso d’interesse, variabile; la morosità del conto alla rovescia per saldare il debito, nell’imprecazione dei giorni velocipedi, procrastinazione. Direttamente proporzionale allo stato interessante è il ritorno del capitale femminile allo stato imponibile. Solo, con la svalutazione dei tassi e privo di garanzie, è gravato dall’impianto dell’interesse saldato e bilanciato nel far reddito, monoreddito per l’interessante forma di vita. L’uomo garante, la donna mallevadrice e l’interessante forma di vita rivitalizzano la famiglia. Famiglia in ambiente domestico, al riparo dagli speculatori che riflettono i tassi di natalità. Il neonato, interessato, alimenta il consumo. Scialacqua l’imponibile della donna e l’umore terrestre, certificato dall’uomo. Gli speculatori natali fanno capolino dall’uscio dell’ambiente domestico come balie. Nel capolavoro della faccia tosta si fanno assumere con la qualifica di precettori. Un curriculum vitae sfacciato, titolato con tanto di borsa per le prime riscossioni. Nel riflesso speculare della faccia tosta, con il sussidio dello spettro cromatico, all’incasso, la donna e l’uomo riconoscono la faccia di bronzo, le cui variazioni assumono l’aspetto dell’analista finanziario e la densità del consigliere finanziario. La gamma del sussidio, da balia a consigliere, disperde il processo di liquidazione del capitale imponibile femmineo. La donna, in presenza di soddisfacenti fideiussioni, abbandona l’ambiente domestico per un nuovo ambiente addomesticabile. L’interessato neonato, segue da prassi, come certificato di non morosità, la donna. La gamma del sussidio, da balia a consigliere, ha coperto la rifrazione di una nuova famiglia per un tasso più conveniente di natalità, più che tabella anagrafica è un prisma adottato. Gli incentivi all’investimento del capitale imponibile femmineo quotano l’aliquota del risparmio, prestazione a che più interessi maturati nel tempo crescano nella camera di sicurezza di famiglie blindate e al riparo dal monoreddito, siano le future obbligazioni di un deposito di rendita. La famiglia in balia dell’età del bronzo finanziario, voltafaccia dell’età dello sviluppo economico, rinfacciata dal congiunto debito. L’uomo, garante della vita, devitalizzato della famiglia, sotto ingiunzione, ritrova l’ambiente domestico sterilizzato. L’uomo, certificante l’umore terrestre, vive nell’umidità di un ambiente domestico. È carta straccia. Gli anni di garanzia sono scaduti. O si reintroduce nel mercato del capitale, con una nuova corrispondenza femminile, o si stringe al suo ambiente. Nella stretta, che per i patologi è costretta, l’uomo si sente sporco. Lercio, al punto da percepire come zaffate gli scrosci d’acqua. Sudicio, come un uomo che non ha voluto estendere la garanzia con un supplemento annuale. Indecente, come la disonestà di un uomo non corrisposto. Impresentabile, come un uomo preoccupato dall’inadempienza della sua assicurazione per la vita, la penuria del premio. Indolente, e pertanto interdetto dalla famiglia. L’ambiente domestico che si conforma alla fecondità della vita, è la dimora di microrganismi unicellulari, fecondi nella riproduzione per scissione. Metabolizzanti la sterilità finanziaria, in germe di un’evoluzione dove le nascite sono disinteressate. Dal capitale femminile al patrimonio ereditato dalla cooperazione delle donne e degli uomini. L’uomo garante, sporco, lercio e sudicio rifugge dall’ambiente domestico come dimora feconda; corre nel macroambiente della grande distribuzione ad acquistare la formaldeide, un contraccettivo. Nell’accezione dell’ambiente finanziario intende liquidare i microrganismi unicellulari. Nell’eccezione della caducità, precarietà per gli economisti, del macrorganismo, sulla soglia dell’ambiente domestico inciampa nell’ostacolo non ricompensato, il tappeto di benvenuto. Riverso muore sul colpo, di capotorto. La bottiglia di formaldeide si crepa, riversando sul corpo umano la soluzione acquosa che certifica l’umore terrestre. L’uomo, garante della vita, è imbalsamato.

Giallo censito

Il senza fissa dimora è a pezzi. Esanimi, decomposti, brandelli di corpo senza vincolo organico sono sensibili alla testimonianza del bighellone fra i luoghi. Lo sfaccendato, senza determinata meta, inciampa con lo sguardo, il grave della visione, la visione grave, in avanzi di un corpo. A spasso tra i luoghi, manda all’aria lo sguardo sull’amputata anatomia, e a gambe levate corre a riferire le coordinate della necroscopia agli uomini in divisa. È preferibile che cadano le braccia a chi è di consueto in rapporto privilegiato con l’anatomopatologo. I tutori dell’integrità corporale, dopo aver legato i polsi al testimone compulsivo, si lasciano traghettare al luogo della dissezione. E in loco ai tre corpi non regge la mandibola. Un corpo scheletrico, piegato sulle ginocchia traumatizzate, la visione genuflessa è una chiara diagnosi, completa la recisione mutilata. Gli incorporati si riprendono la mascella nel palmo della mano, meglio riprendono il coraggio a due mani e all’unisono urlano: “Mani in alto!” Il consunto sottostà all’ordine e l’altitudine ostensiva delle mani è misurata da un bisturi mancino e da garze sterili corrette. Mentre uno dei due tutori tiene per i polsi il testimone, l’altro intima al consunto di gettare i ferri della necropsia, dimodoché possa metterlo sotto i ferri. Solo il metallo inanellato rende inoffensivo il consunto, il corroso. I quattro necrofili sono avvicendati nello spazio di pochi metri quadrati – desipere in loco. Il necrologista, il testimone, con tanto di sorpresa dei due necrofobi, dà fiato alla biografia, chiede al necroforo: “Perché è tornato in loco? Dunque l’assassino torna sul luogo del delitto è una verità speculare?” Il consunto necroforo risponde con tanto di occhi: “No!, amico mio dai polsi relati. Sono tornato, semplicemente, a concludere la scorporazione. Purtroppo la fascia oraria precedente non è stata consona alla finalizzazione e ho fatto ricorso allo straordinario. E qui non le nego una malcelata ironia, la fascia oraria prestata allo straordinario è sempre soggetta al controllo degli uomini in divisa e come può ben vedere, sono stato pizzicato!” La tetralogia del delitto è una composizione di enunciazioni in loco del derelitto mutilo. Ma qualcosa manca a che il loco divenga loculo, e non è l’epitaffio. Nelle ore medie del giorno stecchito, che fanno seguito all’immediato dell’azione scorporata, i colleghi necrobiotici dei necrofobi, ricompongono il corpo amputato. L’imputato, reo confesso, è condannato mediante rito abbreviato, alla morte per necrosi, sacrificio per cancrena, propiziante i fuochi fatui. Il testimone, il necrologista è libero da ogni legaccio, ma più che ritornare a ciondolare, si ripromette di prendere la vita per i polsi. I due tutori dell’integrità corporale esercitano, di continuo, le mansioni a cui sono addetti: commisurare le ombre dei corpi alle fonti luminose, per ogni trasgressore dell’ombra posturale, per ogni positura scomposta, sarà nominato un tutore ortopedico. Il mistero del loculo non permette al caso di compiere il corso naturale, di essere registrato quale chiuso. Chi è il designatore rigido del corpo mutilato? Quale nome possiede il corpo fatto e rifatto a pezzi? La magistrale logica dei pubblici incorporatori non può che fare ricorso a uno strumento stimato. Dobbiamo censire i corpi e differenziare chi manca all’appello, rispetto al precedente censimento. Consegnare il designatore rigido all’assente. E annoveriamo il censimento come prova della rigidità corporea, in nome del censimento. Il censimento ha luogo.  

Peraltro

24 gennaio 2011 2 commenti

L’un l’altro danno a divedere il confine. L’altro, affine al definito, dà fondo al qualunque, indifferente al tal quale, converge il finito reciproco, all’origine della singolarità, e il quantunque ciclico, che misura la regolarità di ciascuno. Ciascheduno non opera uno per uno, coopera a che l’uno comprovi la condivisione dell’ognuno, esamini i passaggi dell’operazione nell’evidenza dell’uno per uno, uno diviso uno, risultato che fa l’uno. Il ciascheduno ogniqualvolta confronti l’operazione dell’uno per uno con la condivisione dell’uno, non opera l’uno, ma fa l’uno. Fare l’uno è il quoziente che avvalora l’uno. Privo di resto, l’uno sta a l’uno come la potenza dell’identità, qualsiasi numero che sia e non sia uno, elevato alla potenza dell’uno convalida se stesso. Il resto opera. Se il quoziente nell’implicazione del divisore non dovesse applicarsi al dividendo è per la sottrazione del resto, il resto dovrebbe essere addestrato all’addizione e operare il quoziente, ma il resto contraddice le quote condivise e, appunto, opera. Il resto opera e contraddice il fare uno. L’uno che disfa il certuno, l’alcuno evade dal fare uno, una volta ha fatto uno e condannato alla reiterazione dell’uno per uno, per tutte le volte, ha travisato le regole, con una lettura veloce e un apprendimento furtivo, nonché un’indolenza alla disparità, ha disfatto l’uno. L’alcuno disfa l’uno, ma non per questo opera. Inoperoso è, dipoi, nessuno. Nessuno nel nesso dell’uno susseguente, il progresso binario dell’uno allo zero, consegue la predisposizione dello zero, una volta per tutte. Nel nesso l’uno si consegna allo zero, zero che non specifica l’altro. Nel nesso lo zero contrassegna l’uno come nessuno. L’uno si confà allo zero nel prodotto e nella condivisione, l’uno si rifà all’uno nel nesso condizionato e sottratto allo zero. Taluno ha provato l’antecedenza dello zero, e si proietta nella posteriorità di Fibonacci. Insomma, taluno era sfinito dall’uno, solo uno. In quanto taluno, era in corrispondenza con nessuno, sommò l’uno allo zero e si ritrovò il tale uno. Taluno conobbe la scrittura di alcuno che disfa l’uno e soprattutto, il resto di ciascheduno. Nel resto che opera, taluno diede a divedere l’opera che non fa uno. Scrisse uno e riscrisse l’uno. Taluno trascrisse due volte uno. La trascrizione era però discontinua, il due volte uno era interrotto da un articolo, l’articolo che sovvertiva il prodotto, l’articolo introdotto, l’intrascritto e dal due volte uno fece mostra il due. Il due rimostrò le ragioni della propria inscrizione e diede avvio alla sequenza: il neonato più l’antenato: 0-1-1-2-3-5-8-13-21-34-55-89… La sequenza si diffonde nel territorio dell’uno e dell’altro. Giunge al confine. Talaltro, un invertito, secondo qualcuno orfano, decifra la sequenza in conseguenza, il numero presente contiene in sé il numero precedente senza riconoscerlo, il numero cinque, ad esempio, contiene il precedente tre ma non lo riconosce come antenato, afferma che è cinque volte uno, cinque volte ciascheduno ogniqualvolta nella successione faccia l’uno. Al talaltro non importa la successione all’infinito, neanche per idea d’uno, desidera che l’altro sia ricondotto all’uno, che l’un l’altro dividano, e diano e divedere, il confine nel fare uno. Infine sulla linea che demarca il territorio dell’un l’altro, a margine dell’uno tale l’altro, sulla linea che emargina, peraltro opera. Peraltro opera con il resto, moltiplica il resto e anche se agli occhi dell’uno che fa il talaltro non resta che null’altro, peraltro opera. Opera l’uno e mostra l’altro. Niuno è alla mercé dell’altro. Nel caduno l’uno che fa uno e l’altro che si confà all’uno, si affannano nell’indefinito d’altro, nel peraltro che rarefa la sicurezza, la condivisione dell’ognuno. L’altro non è l’alterazione così come l’opera non è l’operazione. Peraltro dà a divedere l’affinità all’altro e il comune divisore non è di certo l’uno.

Animato

Presento l’anima. Il vento delle cose sta cambiando; è un enunciato insensato. L’avvento dell’anima fattasi corpo; è un enunciato frattale. Il convento delle anime pie in ritardo sull’eternità; è un enunciato durevole. L’evento precipitato per la spinta degli agenti atmosferici; è un enunciato meteoropatico. Insensibile, non m’invento nulla. Il fischio del vento non richiama la mia attenzione. Inatteso, reclama la disattenzione. Ingiunto, stigmatizza l’indugio. In anticipo sul tempo dell’appuntamento non incontra ostacoli, non ha modo di eludere il volume delle cose con gli interstizi nella dislocazione, ove la pressione dell’aria segnala una fuoriuscita con un fischiettio. Lo spazio di un’anima è uno spazio disoccupato. Il tempo di un’anima è un tempo pur sempre e oramai attempato. Il corpo di un’anima è la decomposizione del vissero felici e contenti delle favole. La favola di un corpo come epitaffio dell’anima nel c’era una volta una cellula uovo fecondata e ospitale. Nel presentire l’anima dispenso la percezione, così come l’introcezione e l’esterocezione. Non sento l’essenza della terza persona neutra, senza la quale non riuscireste a coniugare le istruzioni animali, la persona non ha competenza in tale campo animato e men che meno l’essenza, il neutro, poi, è un riguardo prettamente corporeo. Ho affermato l’anima, non la sensazione di un’anima, sensi e azioni sono materie dell’organico. Ho affermato l’anima, non l’intuizione di un’anima, anche nell’immediato sento la convalescenza del tempo. Ho affermato l’anima con una par(an)alisi: oltre, avanti l’analisi, non la prognosi di una sintesi. Nel paradosso dell’affermazione ho oltrepassato l’opinione dell’anima confermata. Sono andato oltre i  passi e i contrappassi dell’incontro desiderato. Incontro del desiderio che segna il riscontro di una mancanza, manchevolezza che nel confronto con la psiche consegna l’appagamento al piano degli affetti. Oltre il desiderio, ho intravisto il desio della poiesi, controverso e correlato all’arte della seduzione, relegato al piano degli affetti già detto, ridetto: affettato. Oltretutto l’anima ha ricambiato la retroattività dell’affermazione. Ha affermato il principio di un approccio, principio risultato di una corrisposta attrazione, al limite della malia. Abbiamo evitato le fascinazioni della vita e i meriti della copulazione, la riproduzione dell’organico. Abbiamo evitato il sovrannaturale soffio vitale, che penetra nel senso della terra e si lascia pervadere dal consenso alla terra, una volta per tutte. Abbiamo evitato che la solitudine delle nostre unicità si sposasse al comune denominatore della gioia e del dolore, nel principio di contraddizione. L’anima mi ha animato. Ero inerte nella dinamicità dei passi e contrappassi, lei mi ha affermato. Lei, così ferma nel verso baciato, nel verso alternato, ha incrociato il controverso e senza ausilio di metrica ha raddoppiato la sua impronta. Non l’analogia per converso, ma il ritornello della presenza consegna l’anima e il sottinteso, il sottoscritto all’univoca figura. Sono in animo, mi presento: solo l’animo. Ho presentito l’anima. Ho trattato dell’anima e dell’animo e non della nostra unione a guisa dei tanti scritti filosofici per la dimostrazione dell’unione dell’anima con il corpo. Ho affermato l’anima e sono animato. L’anima ha confermato. L’anima conferma l’animo. È animosa.              

Prestidigitazione

Nel campo scritturato il prestigio di chi maneggia la tastiera, nel palpitare dei tasti, con la frequenza di un testo, si computa con il sillabare il polpastrello dettato. Polso paralessico degli strelizzi logaedici. Il polpastrello compitante è il nunzio del callo seguente, che media l’estensione additata, prosegue l’anulare diametro della falange tondeggiante con il dito minore, minore in quanto consegue alla conta con le dita e rimanda la conclusione al lustro dell’altra mano o all’incipit del pollice opponibile. Opponibile come pronuncia dall’accento asperso nella tonicità della sillaba, dinamica o musicalità della prensione diteggiata. Sillaba per sillaba si manomette il morfema, si moltiplica la doppia articolazione del fonema nel prodotto semantico. Un dotto linguistico, dotato di lingua, favorisce il corpo con il significato vocale di soma e sema, corpo e tomba, deperire del corpo, non perire ma degenerare, il de reversativo del fagocitare la forma o incorporarsi in una lingua, semiotica, ottica del segno. La manipolazione della digitazione adopera la destrezza e contesta il sinistrare. Il polo della destrezza si confà alla preposizione della mano destra, nella pressione sui tasti le dita mancine ostacolano la visione che grava sul destrorso. Egli ha il privilegio della preposizione e non la preminenza come causa anteriore, la previsione o l’antecedenza della memoria non gravano sulle palpebre e ad occhi spalancati, a capo chino,  percepisce i sinistri ostacoli, reclama l’oculatezza del versante sinistro. Il polo del sinistrato si compone di più strati non sovrapposti, ma in articolazione. Il sinistrato non percepisce la catastrofe dell’urto né l’attrazione della conversione alle opportunità della preposizione, non prende posizione. Il contesto del sinistrare appercepisce l’insieme alfanumerico della tastiera, la mano destra non richiude la visione tattile tenendo in pugno le macerie delle lettere riversate e destreggiate. La prensione è in apprensione. Il contesto è segnato dai margini dell’ergonomia e dalle frecce direzionali per il senso della posizione nel testo. Di sbieco fa testo. Il polso preposto riposa il ritmo e la cadenza delle battute al minuto sul piano ergonomico, sul ripiano del sostegno di cui non ricorda il nome; il polso anteposto, nel contrappunto della frequenza, distende il ritornello della disposizione sul piano periferico della memoria, di cui ricorda il nome. I calli di ambo le mani cancellano dai tasti la letteralità e l’obbligo della pressione alfabetica, nella compressione analfabeta il ritmo assume la cacofonia di una camera chiusa, ricolma di pretesti e l’eufonia di un vano aperto al contesto. Invano sarebbe ricordare il nome del testo. Il dattilografo impronta la pagina da scrivere con il formato dei caratteri di stampa, ristampa i calli con l’ispessimento in stampatello, come un coreografo batte sempre sullo stesso tasto, inserisce il dato delle lettere, dato non periodicamente ripetuto, in quanto nella destrezza il dato è predato e la variazione delle lettere dà adito alla parola. Battere sullo stesso tasto nasconde l’alfabeto. Con la mano ammantata plagia l’altra mano, la mano che rifà il verso all’ispirazione. L’esercizio delle dita contratte contro il palmo aspira il segno, l’esercizio delle dita distanziate dalla superficie palmare espira il contrassegno del significato. La pagina è scritturata e mostrata al pubblico. Il prestigio di chi ha maneggiato la tastiera è visibile. In visibilio, il foglio non è impresso dall’atteso formato tipo di stampa, è vergato, investito dall’eleganza e dal decoro delle linee calligrafiche. Il corsivo serigrafico. La bella scrittura si presta alla lettura e la prestidigitazione comporta segni, macchie d’inchiostro sulle dita e sull’epidermide dell’eminenza ipotenare. Il plauso percuote l’abilità manuale.

Lettera ingiuntiva di un filosofo alla ragione

 

Spettabile Ragione Sociale,

non è abile nel corrispondere le spettanze.

La sua presenza nel registro della camera di commercio non la tutela dagli ospiti inattesi e non la protegge, non la cela nella responsabilità limitata, per inciso: è lei che serve da alibi alla responsabilità. La celia dell’imprevisto è sempre munita di salvacondotto, notificata da un tasso non interessato ai depositi. Nel dato della ics, voce sotto la quale è registrata la sua presenza, stanziale, il tasso ufficiale non potrà che scavare la profondità per rilevare la superficie dell’incognita; la caverna, la sua dimora, è, senza ombra di dubbio, localizzabile. 

In tale contesto persino i saluti dismettono il disinteresse per assumere un termine creditizio;

il suo Adamo di Compagnia.

Vincennes, 19 gennaio 2011